"Clear Light" a group exhibition opening thursday 30 April 2009 at the "Fotografia Europea" photo festival in Reggio Emilia.

Per ricordare i 50 anni di esilio del Dalai Lama, su un'idea di Melina Mulas, è nato il progetto "Clear Light - Chiara luce": cinquantacinque noti fotografi italiani sono stati invitati a scegliere e a fare dono al Dalai Lama di un’immagine che rappresenta un momento importante nella consapevolezza della loro evoluzione creativa.

La "Chiara Luce", nella visione del buddisno tibetano, è la base primordiale della natura della mente, il livello più profondo della coscienza. Viene paragonata ad un cielo limpido senza nubi. Come il cielo non offuscato da nubi, la Chiara Luce non è contaminata dalle emozioni o dagli atteggiamenti mentali di natura transitoria. La Chiara Luce è il principio stesso dell'intuizione, il livello più profondo della consapevolezza.



"Ho ucciso questa ape.
Quindi l’ho vista.
L’ho appoggiata, delicatamente, su un foglio bianco e l’ho fotografata".


Questa è la fotografia e la didascalia che espongo in questa mostra. Consiglio di cliccarci sopra per ingrandirla...

Qui di seguito la versione integrale (lo so che è un pò lunga, ma, oltre a lodare la mia immagine, è un testo molto bello e interessante e mi sembrava brutto tagliare qua e là) del testo critico del catalogo firmato da Belpoliti.

Vorrei partire da un’immagine, quella di Toni Thorimbert. Non perché si tratta di una bella foto – e lo è di sicuro, e tuttavia non è la sola bella foto in questa serie d’immagini di tanti fotografi così diversi –, ma perché, a mio avviso, rende evidente cosa sia una fotografia.
Thorimbert ha ucciso senza volerlo un’ape; per questo la messa su un foglio di carta e l’ha fotografata. Un rito di riparazione, certo. Un gesto di postuma cortesia, che dà molto da pensare, visto che sembra riguardarci – penso infatti alla sconvolgente foto di Ferdinando Scianna e al testo che l’accompagna, o a quella non meno forte di Letizia Battaglia, a quello che lei racconta della propria fotografia. Noi tutti potremmo infatti trovarci al posto dell’ape, e diventare oggetto di uno scatto fotografico, ovvero diventare un’immagine da mostrare. Ma non è per questo che mi colpisce.
Quello che mi punge, il punctum della foto di Thorimbert, è piuttosto l’ombra dell’ape sulla superficie perfettamente bianca del foglio; meglio: il modo con cui quest’ombra, un’inesistenza letteralmente, combacia e insieme diverge dall’ape medesima. L’ombra di un essere morto – un insetto – mi appare più nitida e viva della “cosa” stessa: diventare cosa, e la luce produce proprio questo effetto. Eppur, non è solo e tanto questo – un pensiero della caducità – ad avermi catturato.
C’è un altro aspetto, forse più sottile, o almeno recondito, che un pioniere del pensiero fotografico, Walter Beniamjn, in un suo celebre testo sulla storia della fotografia ha evidenziato: la fotografia come singolare intreccio di spazio e tempo, o, come scrive, “apparizione unica di una lontananza”.
L’ape morta e ritratta da Thorimbert mi pare l’evidenza visibile di quella intersezione di spazio e tempo, e insieme l’immagine presente di una lontananza. Possiede quella che Beniamjn chiama l’aura, ovvero quel momento che noi attendiamo in presenza delle cose visibili per partecipare della loro apparizione: Clear Light.
Tutti i fotografi inclusi in questo libro ne parlano in modo evidente nelle righe che accompagnano la loro immagine offerta al Dalai Lama. C’è chi lo fa con tono più poetico, e chi invece ricorre ad un racconto realistico legato alla propria professione, ma sempre ricordando il momento in cui c’è stato un passaggio, una soglia, uno scarto, nel proprio lavoro: un prima e un dopo. Per tutti i fotografi compresi in questo libro è evidente che la fotografia contiene un’aura: l’attende, la sottende, la manifesta.
Beniamjn, forse memore dell’epoca drammatica in cui gli era toccato vivere, scriveva d’immagini circondate dal silenzio, di fotografie cariche di “una lontananza colma di sciagure”. La fotografia funziona, quasi sempre, così. Non tutta la fotografia s’intende, ma quella che si colloca nel tempo, o all’incrocio tra tempi diversi, oppure all’intersezione tra tempo e spazio.
Ci sono tuttavia fotografie chiaramente intemporali, fuori dal tempo, che invece di porci in relazione con un passato, o con un futuro, colmo di sciagure, ci parlano invece di un momento eterno, portando con sé, forse proprio per questo, una inconsueta serenità. Così mi pare la fotografia di Luigi Ghirri: un paesaggio aperto, fermo da secoli, e che per secoli a venire probabilmente sarà ancora così. Si potrebbe dire: un paesaggio dell’anima, se l’espressione non fosse un poco retorica (ma la uso lo stesso, retorica, o no, che sia). Così anche l’immagine di Mimmo Jodice, per quanto la presenza della sdraio cerchi di introdurre una presenza umana nell’intemproalità del mare – una presenza assente.
La maggior parte delle immagini che sono comprese in questo volume, e nella mostra, sono alla ricerca di un’aura; molte, o quasi tutte, la trovano, in particolare, le immagini che sembrano mostrarci dei “veli”, ovvero tutti quei fenomeni luminosi, o paraluminosi, che visualizzano l’aura – o almeno ci provano.
Beniamjn, che era un materialista (il più spirituale dei materialisti del XX secolo), ci ha messo in guardia riguardo all’“aura” stessa, perché lì dove c’è un’apparizione, lì il tempo irrompe attraverso l’immagine, sino a stordirla, e a stordire noi che guardiamo – quante di queste fotografie mi hanno provocato, e ancora mi provocano uno stordimento, ogni volta che le guardo: il troppo visto così nitido di Gabriele Basilico; il mai visto, o intravisto, di Marina Ballo Charmet; l’apparizione di un quasi niente in Vittore Fossati; l’inesistenza del tempo storico di Giorgio Barrera; il momento magico di Mario Dondero; la forma mobile di Mario Giacomelli; il nulla di Sirio Magnabosco; e altri ancora. Persino lo spazio Matrix di Alessandro Cimmino, costruzione possibile del reale, o lo spazio urbano con le gemelline in rosso di Francesco Jodice, o ancora il riflesso fluttuante di Cristina Omenetto, appartengono a una sorta di aura che produce disorientamento.
Beniamjn chiama questo tempo che brucia, queste immagini che ottundono, “inconscio ottico”. Per dire della loro capacità di aggirare la coscienza, la parte vigile della nostra persona, la razionalità medesima, per mostrare l’immostrabile: ciò che non si mostra mai o, se lo fa, è solo per allusione, parvenza, attraverso, appunto, un velo.
La fotografia, come hanno poi detto i più acuti commentatori di Beniamjn, contiene un eccesso di presenza che non sempre siamo in grado di cogliere, oppure, se lo cogliamo, volontariamente ce dimentichiamo. La rimozione, anche in senso freudiano, è una delle azioni più durature che la fotografia, la visione di ogni fotografia, reca con sé. Paradossalmente l’immagine, come molte delle potenze di questo mondo – e dell’altro – agisce a distanza temporale, e spaziale.
Eppure tutto nell’immagine fotografica è a rischio di scomparire, d’implodere e di dissolversi, perché il momento di massima chiarezza è anche quello in cui tutto s’oscura e scompare. L’atto della “verifica”, come ha mostrato diversi decenni fa Ugo Mulas– fotografo della chiarezza e della cecità insieme –, è estremamente problematico, se non proprio rischioso.
Torno all’immagine dell’ape, a quella che sembra una non-fotografia, pur essendo, almeno per me, la più perfetta fotografia che abbia visto negli ultimi anni. Torno all’ombra per ricordare a me stesso – e a chi legge – un fatto consueto, eppure straordinario.
Durante il mezzogiorno, come durante la mezzanotte, le ombre spariscono dalla nostra vista. Dove vanno? Sono completamente sotto l’oggetto che dovrebbe produrle. Quando il sole è a perpendicolo, l’ombra si nasconde sotto di noi – o sotto ogni cosa che è esposta al riverbero del sole. C’è, ma non si vede. Si tratta di un momento di grande incertezza, perché l’ombra è quanto mai necessaria per stabilire nella piena luce la posizione delle cose, la loro natura visibile. Fornisce certezza, pur sembrando quanto di più incerto vi sia.
Ebbene, questo è il momento critico, il massimo punto di crisi. E ogni giorno, questo punto critico si ripete. Nella sua vita un artista può invece dirsi fortunato se gli è capitato almeno un punto di crisi, una soglia di passaggio, un momento in cui la luce della rivelazione si è mostrata a lui: in piena luce, con l’ombra che scompare. Si può dire che non basta l’occasione, occorre anche riconoscerla come tale: capire l’illuminazione è un atto umano, una risposta necessaria.
L’ape di Thorinbert mi appare l’immagine saliente di tutto questo. Un niente che è un tutto, ma anche un tutto che è un niente. Per caso, ma anche per necessità, la fotografia, per me, è esattamente questo.

Clear Light
Biblioteca Musei Civici - Galleria Parmeggiani
Piazza della Vittoria 5
Reggio Emilia.
30 aprile - 7 giugno 2009
a cura di Giovanna Calvenzi, Melina Mulas e Laura Serani

3 commenti:

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