August=Holidays



Cisternino, Puglia, Italy. 8.45 PM
This is from were I am writing the last post of July.
The blog will continue, as usual, in September.
Thanks and Love to all!
TT

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The interview: Lady Tarin, photographer, artist.



Lady Tarin photographed by Toni Thorimbert, 2011.

T.T: Ciao Lady, come e perchè hai iniziato a fotografare?

LT: Ho sempre fotografato, la mia prima macchina è stata una polaroid. Ho approfondito la tecnica del bianco e nero durante gli studi all’Accademia dove realizzai una serie di immagini sul nudo maschile. Mi resi conto che era il mezzo espressivo con cui desideravo comunicare, mi appassionò più del disegno, più di ogni altra tecnica.

T.T: Sei conosciuta specialmente per le tue foto di nudo o comunque per la carica erotica delle tue immagini e delle tue donne. Come sei arrivata a questo soggetto?

LT: Mi interessa ritrarre un ideale di donna potente e sensuale, padrona del proprio destino, facendo un’operazione contraria a quello che avviene di solito. Invece di truccare, pettinare e vestire una donna, la spoglio lasciandola naturale, senza orpelli esterni. Cerco la potenza nella sua essenza, l’erotismo nella sua radicalità, come forza e non come apparenza.

T.T: Come scegli le tue donne?




LT: Devo sentire che quel potenziale è già presente. Posso esaltare, non inventare la donna che ho di fronte. La bellezza esteriore è un gusto personale, un insieme di carattere e aspetto fisico che mi interessa tradurre in immagine.

T.T: Come arrivi al tuo risultato? come organizzi e sviluppi – generalmente - un tuo set?

LT: Ho appena concluso un progetto durato circa 3 anni, esposto nella galleria Le Dictateur e pubblicato nel libro omonimo. Ho fotografato le ragazze a casa loro circondate dagli oggetti della vita quotidiana, l’atteggiamento è seducente e naturale. Utilizzo la luce ambiente per mantenere l’atmosfera del luogo. Siamo solo io e la ragazza. Decido sul momento se utilizzare la pellicola in bianco e nero, il colore o la polaroid.



T.T: In che modo il fatto di essere una donna ti aiuta - o ti serve - per ottenere il “tuo” risultato ?

LT: Fra donne si instaura un feeling diverso Socialmente armiamo più difese di fronte a un uomo, siamo più costruite, posiamo di più. Il contatto che si crea fra donne è di maggior empatia, possiamo diventare l’una lo specchio dell’altra, il mio erotismo si unisce al suo nella finalità dell’ ’immagine che andiamo a rivelare. Questo crea una grande libertà nella ragazza che fotografo perché capisce che il mio fine si sta realizzando in quel momento.



T.T: Le donne che fotografi piacciono moltissimo- quasi disperatamente- agli uomini. Ti sei mai chiesta il perchè? Non ritieni che il tuo sguardo su di loro si possa definire “maschile”?

LT: Al contrario, credo che gli uomini siano attratti perché sentono il feeling fra due donne, la rivelazione dell’erotismo senza consumazione. L’uomo, spesso, non formalizza esteticamente l’erotismo, lo consuma solo.



T.T: Le tue modelle si piacciono nelle tue foto?


LT: Si molto, e si riconoscono.

T.T: Consideri le tue fotografie dei “nudi” o dei “ritratti”?


LT: Dei ritratti amplificati dall’intensità e verità del nudo. Il corpo esprime la nostra storia. Mentre nella quotidianità tendiamo a portare in giro un atteggiamento più o meno conforme.



T.T: Nelle tue foto le ragazze non sono quasi mai completamente nude. In che modo gli abiti sono funzionali alle tue immagini e alla loro carica erotica?

LT: È una scelta che avviene sul momento, è sempre per un fine estetico ed emozionale.



T.T: In che modo usare la pellicola, invece che la tecnologia digitale, influenza il tuo risultato?

LT: L’utilizzo della pellicola focalizza quello che per me è il momento più importante: la ripresa. Col digitale l’attenzione è spostata sulla postproduzione, non siamo più solo io e la ragazza, c’è photoshop, una presenza ingombrante. Ma la ragione principale è un’altra. È la resa della pelle del corpo su un supporto fisico. È la texture. Il digitale ha una natura virtuale che si allontana per definizione dalla realtà.

T.T: Qual’è lo scopo delle tue immagini, quale credi sia la loro più congeniale collocazione? Hai progetti in questo senso?


LT: Continuare la mia ricerca personale e estetica. Individuare quello che sono attraverso la realizzazione delle immagini. Ritrovarmi e rivelarmi attraverso la donna che fotografo.


















T.T: Cosa diresti di Irina Ionesco?


LT: Ha costruito un vero e proprio teatro per rappresentare la sua idea di erotismo, l'esatto contrario di ciò che accadeva negli anni '70. Immagini claustrofobiche ed inquietanti. Alcune molto erotiche.

T.T: David Hamilton?

LT: Amo molto il suo lavoro in bianco e nero e trovo bellissima la scelta dei soggetti.

T.T: Terry Richardson?

LT: Lo ricordiamo sempre per il lavoro a colori col flash sparato a mille, ma sono bellissimi anche gli scatti in bianco e nero senza flash. Rimane il fatto che Il suo è un punto di vista solo maschile, è un grandissimo fotografo, ma mi è davvero impossibile riconoscermi nelle sue immagini.

T.T: Helmut Newton?

LT: E’ Il mio ispiratore. Nel suo lavoro, l’immaginario maschile e femminile sono tesi alla ricerca dell’immagine erotica per eccellenza. Penso che la presenza della moglie June sia stata importante per questo scopo, si sente costantemente. Credo sia stata una grande unione la loro, sentimentale e professionale.

All pictures copyright by Lady Tarin.

To know, and see more:
www.ladytarin.com

Lady Tarin is represented by
www.roomarte.com

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Berlin!

Sono stato a Berlino un paio di giorni, a trovare mia figlia Diana, il suo fidanzato Matthias, e la cagnetta (!) Eggy.
Peccato perchè sembrava Dicembre: Freddo vero, pioggia a dirotto. Motivo per il quale non sono stato molto prolifico con le foto.

Comunque, qui sotto la foto di famiglia in stile "Sartorialist", o quasi.



Questo qui sotto invece è il grande Blu. Lui è davvero un artista-brand ormai.
E' potente. Lo riconosci subito. Ma sopratutto è ovunque nel mondo. Di tipi con l'orologio d'oro a mò di manette ce ne sono - per esempio - di molto simili al centro sociale di Scandicci. E' come quando in una città straniera vedi un negozio di Luis Vuitton - sai per certo che sei arrivato in centro - quando vedi Blu sei - o in periferia, o nella zona cosidetta "giusta"-. Insomma ti fa sentire a casa.



Oh, invece qui sotto - non avendo scattato un bel niente questa volta - ho tirato fuori qualche pagina scelta da tre servizi fotografati a Berlino qualche anno fa:

Mondo Uomo: 1990 (Scattato a due, tre mesi dalla caduta del muro, Novembre 1989)
Ritratti di artisti, architetti e creativi berlinesi.
In uno di questi scatti si vede che siamo su un tetto. Dava su una zona di loft industriali. Lontano, dietro un finestrone si stagliava una sagoma. Era Wim Wenders, inconfondibile. Sarebbe stata una super foto, ma purtroppo mi scappò.
Molto, molto Berlino però!

Comunque, a questi artisti, oltre a mettergli su una giacca delle nostre, avevamo chiesto cosa pensavano del muro. Mi ricordo che mi ero molto arrabbiato con Flavio Lucchini, allora direttore del giornale, perchè aveva messo le risposte sulle foto come se fossero fumetti.
Col senno di poi mi pare che ci stanno bene invece, che aggiungono sicuramente qualcosa alle foto.







Qui sotto, ancora 1990, Myster. Mensile maschile della Condè Nast, diretto da Paolo Pietroni.
Sempre ritratti, ma questa volta i modelli li avevamo trovati attraverso annunci messi su giornali e fanzines locali.
Molte ragazze dall'Est. facce fortissime, significative.
Paola Artioli era la Fashion editor. Volevamo ricreare qualcosa di teatrale, cinematografico. Volevamo che i nostri modelli fossero come gli attori di un grande affresco Berlinese. Noleggiammo un loft come studio.

A me Berlino Est piaceva molto. Non ci avrei vissuto, credo, ma esteticamente era bellissimo: Niente manifesti pubblicitari, niente bar con ombrelloni Coca Cola.
I negozi erano basici: In un'alimentari vendevano un panetto di burro con scritto: "burro", un cartone del latte, un pacco di biscotti.
Non c'erano diverse marche. Solo le cose. Era riposante.











1996, GQ Germany.
Il muro era caduto da un pò e Berlino stava diventando "cool". Fervevano le opere per farla diventare capitale. Grattacieli e tutto quanto.
I tedeschi però non erano tutti contenti.
Quelli dell'Ovest pagavano tasse salate per l'unificazione.
Qui scattavo alla New National Gallery di Mies Van Der Rohe.
Dopo questo servizio - Driiin - mi chiamò Wallpaper.
Gli era piaciuta quella delle scale, dall'alto. "Ci piace il tuo punto di vista" mi dissero, e incominciai a lavorare - e viaggiare - per loro.







Qui sotto torniamo invece ai giorni nostri.
A Berlino non potevo mancare la Fondazione Helmut Newton, chiamata anche "Museo della Fotografia".
Rubate malamente e poche le mie foto, perchè dentro è vietatissimo farle e ti corrono proprio dietro.
Mi ha fatto pensare ad Assisi, ci siamo stati qualche tempo fa: -"Può entrare il cane in chiesa?"- "No, assolutamente", ma non era San Francesco quello degli animali? vabbè, comunque si capisce, se tutti fotografassero qui sarebbe un casino.
Perchè mi dilungo? Perchè la Fondazione Newton è un posto particolare, non facile da raccontare. Ci provo: Il posto è bello. "molto Newton" sia fuori che dentro. Specialmente dentro: Grande scalone, tappeti rossi e in cima i "Big Nudes". Wow, sembra il paese di bengodi. Vai su e c'è la mostra principale. 300 Polaroids di Helmut Newton scansite e ingrandite. Cammini lungo i muri recitando un mantra: Era un genio, era un genio, era un genio.



Saletta di proiezione. Film documentario, mai visto prima, molto interessante. Simpatico Newton, e June sempre qualche metro indietro ma moooolto presente.



E così, sei dentro già da un paio d'ore e sei bello pieno, ma il bello deve ancora venire. Altra saletta: Un portfolio di stampe vintage numerate e firmate. Le sue foto più belle, più famose. Viraggi al selenio. Raccoglimento, silenzio. Poi, cosa c'è su? Terzo piano: Un'enorme retrospettiva di una fotografa-reporter degli anni settanta, che Dio mi perdoni ma non ricordo assolutamente come si chiama. Bel lavoro, ma - il trucco - sarebbe andarci direttamente, senza passare da Newton, altrimenti è impossibile apprezzarla come meriterebbe. Ma non è finita, anzi. Torniamo al piano terra: "Helmut Newton Private Property", bene, andiamo a vedere: Una sagoma di Helmut ti accoglie. Altezza naturale, anzi un pochino più alto. l'effetto è forte perchè ti guarda entrare mentre lui svetta sorridente tra i visitatori ( mi spiace, niente foto). Molto forte, la ricostruzione, vera, del suo studio, con i suoi mobili, le sue macchine fotografiche, la sua famosa cintura con la scritta Newton, una bacheca con una ciocca di capelli, diverse paia di occhiali, i suoi libri di fotografia, un'altra enorme bacheca di vetro con dei manichini con i suoi vestiti e sullo sfondo, gigantografie che ritraggono Newton vestito proprio con quei vestiti lì, un'automobile assurda, (mi spiace, no foto) fatta costruire apposta per lui da Italdesign, e poi, i fax ricevuti da June il giorno della sua morte e mandati da VIP stellari, stilisti, direttori di giornali, i posters firmati di tutte le sue mostre e decine di monitors dove scorrono altri filmati e backstages e ritagli di giornale da tutto il mondo...Aiuto!



Ripassiamo davanti alle donne nude, che ormai odiamo, ma il bar è momentaneamente chiuso - ormai sono disidratato - Ci sono però i souvenirs: specchietti da borsetta con foto di Newton, fermacravatte, occhiali, orologi, il tutto in vendita al bookstore. Vediamo questo bookstore: Piccolo, caldissimo, pieno di gente, ma anche pieno raso di libri bellissimi e mai visti, di fotografi mai sentiti prima ma bravissimi e poi di tutto: Riviste, fanzines libri rari, libretti e libroni. Febbrile ricerca di tutto. Incredibile, uno dei meglio bookstore che abbia mai visto, ma ormai sono allo stremo. E' davvero tutto bello, troppo bello, forse un pò troppo.

Finalmente siamo fuori. Aria. Taxi! Bacio mia figlia e vado all'aereoporto.

Aspetto l'imbarco con un thè. Meno male c'è il mio amico Keith, è un pò che stiamo assieme,- lui ha un sacco di cose da dire - Una vera scoperta. Mio fratello, più grande di me, dettava la linea politico-musicale della famiglia Thorimbert negli anni settanta ed era un fan dei Beatles, quindi, niente Rolling Stones. Ma ora comincio a capire cosa mi sono perso. Insomma che siate ex drogati o ancora tossici, chitarristi o no - fotografi va benissimo - consiglio vivamente di passare l'estate con Keith. Lui è veramente pazzo, ma geniale.



To know more:
Fondazione Helmut Newton
Berlino


Keith Richards
Life
Feltrinelli editore


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Slinkachu

Chissà perchè, tra tutti i libri – senz’altro più “pesanti” - che potevo comprare alla libreria della Fondazione Newton me ne sono uscito con questo libretto così piccolo e leggero , ma che, a ben guardare, proprio leggero leggero non è...
Slinkachu, questo è il nome dell'autore, incolla per terra dei personaggini - tipo quelli dei trenini - non so se sono proprio quelli e se lo sono li modifica - per creare delle mini-scene, spesso inquietanti, che poi fotografa.
Sono sempre stato affascinato dalle proporzioni sfasate, Helmut Newton ci ha lavorato molto - mi ricordo la foto di un uomo, in tuta nera da sub, grandissimo, fotografato con una modella molto molto piccola etc - e ricordo che al tempo in cui, adolescente, disegnavo fumetti avevo impaginato una storia del genere: Gente piccolissima che viveva una vita durissima in un universo dimensionale parallelo che noi, "normali" , neppure vedevamo.
Una metafora molto interessante che sicuramente si può applicare a molte situazioni...Fors’anche una metafora della mia condizione psicologica all’uscita dalla Fondazione. Dopo 300 foto di Newton ed un intero film su di lui, può essere che ci si senta un pò...piccoli...





Molto divertente l'introduzione di Slinkachu. La traduco:

Poliziotto: Mi scusi, signore, cosa sta facendo?
Slinkachu: Oh..er..sto incollando questi piccoli personaggi di plastica.
Poliziotto: Eh?
Slinkachu: Eh..si..è una cosa artistica...diciamo che...faccio foto di questi piccoli personaggi. E poi li lascio qui.
Piliziotto: Oh, ah...carino, Mi scusi sa, ma pensavo che stava sniffando colla, abbiamo un sacco di questi problemi qui intorno.
Slinkachu: Eh be, si..
Poliziotto: bhe questo è veramente carino, ah...una macchinina, bellina, a mio figlio piacerebbe molto.
Slinkachu:Si, bhe..è una piccola prostituta. E il cliente, nella macchina.
Poliziotto: ...oh...oh, vabbè, vada pure avanti.
Slinkachu: Er..ok, grazie...

















Tutto il libro è fatto così: la pagina di sinistra contiene la foto grande, dove si vede il contesto in cui sono piazzati i personaggi



mentre nella pagina a destra c'è la foto scattata da più vicino.





"Little people in the city"
The street art of Slinkachu
Foreword by Will Self
Edited by Boxtree


To know more:
http://www.flickr.com/photos/40878105@N00/

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Le Dictateur

Donald Thompson, nel suo brillante saggio “Lo squalo da 12 milioni di dollari” piazza Maurizio Cattelan al 21° posto nella lista dei 25 artisti contemporanei più importanti.
Ma il 21° posto non deve trarre in inganno: prima di lui ci sono, tanto per dire, Jasper Johns ( al primo posto) Andy Warhol, Josef Beuys al settimo, Bacon e Freud, Jeff Koons al tredicesimo , Murakami, Tapies.
Dopo Cattelan, Gursky (unico, diciamo...fotografo) e al venticinquesimo Basquiat.
Come c’è arrivato Thompson? facendo una media tra liste redatte per lui da critici, galleristi ed esperti, tenendo conto dei record d’asta, ma anche basandosi sulla citatissima affermazione di Walter Sickert che sosteneva, già nel 1910, che l’importanza da attribuire agli artisti si trova nella risposta alla domanda: “Hanno realizzato cose tali che sarà impossibile d’ora in poi, per quelli che li seguiranno comportarsi come se essi non fossero esistiti?”
Pausa.
Esterno sera. Milano. Via Nino Bixio. Le Dictateur. Solid Sweat. Inaugurazione, performance, fotografia, arte.
Cioè, Cattelan, Ferrari, Pepe, Presicce, Vascellari.
Nomi che hanno un certo peso.
Spero nessuno se ne abbia a male, ma il primo pesa come un macigno.
Il “crowd” somiglia molto agli artisti.
Un frigo bar con delle birre. Open bar. Lo apri e le prendi.
Incontro Pier Paolo Ferrari. Non ci conosciamo, ma ci conosciamo.
Mi illustra la sua opera. Siamo in una piccola stanza nera: dall’alto si proiettano le immagini di un inquietante personaggio avvilluppato in un sudario e sdraiato su una lastra di marmo tanto da sembrare un bassorilievo. Mentre mi spiega, ogni tanto Pier Paolo scappa dietro la tenda per far partire una macchina del fumo Rosco. Parliamo di cose da fotografi. Scattate in pellicola. Comunque sono belle. Anche belle le sigarette di Pepe. Pepe è “Le dictateur”, il motore di questo spazio-evento e della rivista omonima che viene pubblicata in tiratura limitata.
In uno statement- manifesto trovato su Internet parla del progetto:
...“Le Dictateur è la massima espressione del dominio della volontà personale”...
...“La libertà di scelta e di movimento è fondamentale. Per certe cose la democrazia non serve, anzi depotenzia in misura proporzionale alle persone che decidono”
In questo senso per mantenere alta la vitalità della propria creazione, bisogna che sia il più personale e soggettiva possibile. Che non sia stata sottoposta al vaglio di consigli, suggerimenti, votazioni, amputazioni.
Le dictateur è una figura che esercita il potere anche per una sorta di filantropismo: le persone vogliono ribellarsi al principio di autorità ma poi, se qualcuno si fa carico delle decisioni, sono più contente e tranquille.

Non so bene cosa pensare, comunque la grafica del catalogo è sua ed è bellissima, non mi viene voglia di ribellarmi neanche a me.

L’arte contemporanea ha il pregio di mettere in questione ciò che diamo per scontato.
E così me ne torno a casa , come è giusto, un pò dubbioso.
Ma i miei dubbi, o le mie riflessioni, sono legate a ciò che ho visto? O a quello che non ho visto?

Nella fruizione dell’arte chi è il vero dittatore?
Lo spettatore, come sosteneva Bonami in occasione della sua Biennale, o il mercato? L'autonominato, e credo, autoironico "dittatore" Federico Pepe o il celebrato "brand" Cattelan?
In che modo possiamo “partecipare” l’arte, in un mondo che pare dominato dal vento della dittatura?

Secondo Thompson - ma non è detto che sia vero- c’è un’arte decisiva oggi: Pena l'oblio, saper fare tutte le mosse necessarie per diventare un "artista-brand".


Solida Sweat, la copertina del catalogo con la grafica di Federico Pepe.


Le Dictateur


Dietro le quinte della performance di Luigi Presicce.










A destra, Luigi Presicce


The crowd
Qui sotto due immagini dal lavoro di Federico Pepe.






Pagina di Vascellari dal catalogo.




Qui sopra: L'opera di Cattelan e Ferrari esposta come una carta da parati in galleria.


Qui sopra: L'opera vista in catalogo.
Qui sotto: Pier Paolo Ferrari sul catalogo.


Qui sotto: Uno scatto fatto mentre l'opera di Ferrari va in dissolvenza.




Qui sopra: Pier Paolo Ferrari fotografato da Toni Thorimbert.

To know more: http://ledictateur.it/

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