The interview: Luca Rubbi, photographer.



T.T: Ciao Luca, lo sai che mi sembri un po’ lo Shrek della fotografia italiana? Con la canottiera, la barba incolta. Sempre seduto a tavola, il contrario del tipo “hipster” che oggi va per la maggiore…

L.R: Ciao Toni, questa cosa di Shrek mi diverte molto, ti ringrazio, credo che la citerò spesso.
Un'affermazione che fa un po' il paio con la convinzione di un mio caro amico, che anni fa mi definì il Charles Bukowski della fotografia. La canottiera è il mio abbigliamento tipico domestico, la verità è che ho una casa piuttosto calda, e va già bene che non poso nudo come mi trovo adesso, viste le temperature tropicali di questi giorni, ma non si sa mai...certo con il rammarico che non potrei metterle su Facebook.
Poi sono un uomo passionale, come potrei non amare la cucina?





T.T: Ci racconti come hai iniziato e come si sono evolute negli anni le tue scelte tecniche e la scelta dei tuoi soggetti? Hai sempre fotografato donne nude?

L.R: Ho iniziato a fotografare nel 1982, ho sempre avuto un'educazione di tipo visuale, ho fatto il liceo artistico, mi sono diplomato contemporaneamente grafico pubblicitario e poi mi sono laureato in architettura, a undici anni già dipingevo.
Mio padre fece un "errore": regalarmi a natale una reflex, sapeva benissimo che mi avrebbe appassionato, e così è stato.
Solo poi, più avanti negli anni è diventata un'ossessione.
Le donne nude sono venute un po' dopo, le primissime sono del 1993. Mio padre ha sempre dipinto, per me era normale da bambino vedere appese ai muri foto e quadri di nudi femminili, a tredici anni realizzavo io stesso quadri di nudo, non potevo non arrivarci anche con la fotografia, era destino.
Per la verità fotografo di tutto, l'interesse maggiore è per la figura umana, ma non devo lamentarmi, io stesso ho alimentato questa figura di "specialista" del nudo sul web, come pure quella di bianconerista integralista; per la verità non ho mai smesso di scattare a colori. Diciamo però che, fin dagli esordi, la mia preferenza è stata indubbiamente per il bianconero, ed ancora oggi dopo tanti anni continuo a considerarlo la fotografia con la F maiuscola. Visto il tipo di fotografia "compulsiva" che pratico, ho sempre utilizzato il piccolo formato, quasi sempre in luce ambiente. La mia preferenza va soprattutto alle focali normali come il trentacinque ed il cinquanta, poi a tutti i grandangoli anche molto corti; sono un intimista e mi piace esprimere un point of view personale e ravvicinato; non sopporto, soprattutto nel nudo, l'utilizzo di focali troppo lunghe che creano una prospettiva dannatamente scorciata, in particolare nelle persone sdraiate, e che generano un effetto prospettico dovuto alla compressione che definirei da guardone.



T.T: Hai voglia di raccontarci quali sono stati i tuoi maestri, gli autori che ti hanno ispirato, e perché?

L.R: Sono parecchi e qui parlerò dei più rilevanti, gli altri sono dietro di un'incollatura, ma qualcuno te lo cito: Smith, Arbus, Mulas, Penn, Klein, Michals, Newton. Guardando strettamente al nudo in senso formale l'influenza di Lee Friedlander è stata determinante; vidi i suoi nudi attorno alla metà degli anni ottanta e ne rimasi fulminato: scatti fuori da qualsiasi convenzione, brutali e crudi. Mi colpirono così tanto che, come sostengo sempre - ed è la verità - li ho rimossi per anni, ma indubbiamente me li sono portati dentro e non potevano non venire fuori in qualche modo. Poi Robert Mapplethorpe, non ci accomuna quasi niente, ma mi ha influenzato a livello intellettuale, è l'autore di cui ho più libri. Sicuramente Richard Avedon, per certi aspetti il mio fotografo perfetto, una specie di quintessenza della coscienza dell'essere fotografi; sul talento non è nemmeno il caso di spendere parole, la sua "Autobiografia" è una Bibbia della fotografia. Infine il più grande di tutti e di sicuro il più tragico, Robert Frank, per quanto già lo conoscessi, nel 1989 lessi la recensione della nuova edizione di "The lines of my hand" su Photo Italia, e tra le altre, c'era pubblicata una fotografia, un trittico per essere precisi, intitolato "Blind Love Faith", una semplice maschera di gomma appesa ad un palo. Da quel giorno la mia vita è cambiata, lì ho capito.



T.T: Guardando il tuo lavoro mi sembra che preferisci fare molte foto a poche donne invece che poche foto a tante donne diverse. Cosa deve avere una donna per incuriosirti, per farti scattare la voglia di fotografarla?


L.R: Senza dubbio, non amo fare "carniere", spesso nei successivi incontri è facile che ottenga scatti più significativi, non è certo una regola ma ha una sua costanza. Mi rendo conto di essere po' in controtendenza, vedo frotte di fotografi che devono per forza scattare con tutte le creature (femminili) respiranti che abbiano nella testa l'idea di essere modelle, scherzo ma nemmeno tanto. E' una questione di energia, talvolta di fascino, però non sono così selettivo, già il fatto che una donna voglia posare nuda, per certi aspetti me la rende interessante, sono un fatalista, accetto di mettermi in gioco, qualcosa ne verrà fuori, di fotografico sia ben chiaro.





T.T: Ad una mia amica, che ama farsi fotografare anche nuda, ho detto: “Rubbi è bravo, non vorresti farti fotografare da lui?” “ma assolutamente no!” ha risposto lei, inorridita. Che ne dici? Se lei ti piacesse, come la convinceresti a posare per te?


L.R: Io sono fondamentalmente un ritrattista, considero il nudo il ritratto perfetto perché c'è il dis-velamento, suggerirei alla tua amica che potrebbe vedersi in un altro modo, perché cercherei di mettere a nudo la sua energia più intima. Forse ha paura di questo, capisco che i miei scatti abbiano un registro abbastanza forte, intendo a livello espressivo, io detesto il nudo formalista o quello astratto, è proprio una cosa che non capisco: hai una donna nuda davanti e fai ricerca geometrica? Se invece la tua amica è rimasta turbata per le foto più strong nel senso di esplicite sessualmente, può tranquillizzarsi, io non impongo mai posture, atteggiamenti, non ho pose nella testa, tutto nasce dallo scambio energetico, se una donna se la sente di mettersi in situazioni forti, io ci sono, accetto sempre quello che mi viene concesso. Mi è accaduto comunque che modelle che di norma posavano per nudi molto soft con me si siano lasciate andare a pose molto esplicite, si vede che do sicurezza...







T.T: “tormento”, “magnifico culo”.
Oppure: “capezzoli e sguardo”,” Mostrami la topa” fino a: “ANALogico” e, naturalmente ecco la foto di un culo con le chiappe ben aperte. Le didascalie delle tue foto sono piuttosto esplicite, e anche quando scatti non sembri avere grossi freni inibitori. Consideri le tue foto erotiche o pornografiche? C’è una linea di demarcazione che non hai mai valicato? E se c’è, perché?


L.R: I titoli sono un divertissement... In parte ho già risposto alla domanda precedente, io faccio foto di nudo, sono le ragazze ad essere erotiche e sensuali nel modo e nella misura in cui vogliono e gradiscono esserlo, in genere c'è sempre un certo grado di tensione sessuale, ma si limita a quello. Non amo molto l'erotismo patinato, ho trovato nel termine "pornografia malinconica" la chiave di lettura di molte mie foto, ma ho certamente dei limiti, ad esempio non sono per niente interessato a fotografare un rapporto sessuale, la mia fotografia è sostanzialmente concentrata su quella che definisco l'energia empatica, raggiunta quella ho ottenuto il mio scopo.





T.T: Del tuo lavoro mi conquista l’onestà intellettuale. Le tue foto non vogliono essere “giuste” o alla moda. Sono libere, frutto di quello che sembra una sana passione per le donne e per la fotografia. Non vedo calcolo. Riesci inoltre dove molti falliscono, cioè a fotografare le cose esattamente come stanno. Io amo molto gli ambienti in cui fotografi, la loro assoluta quotidianità, il loro caos, che non sembra mai voluto o ricercato. Quanto intervieni sulla realtà in fase di scatto e, se lo fai, quanto ritocchi le tue donne?

L.R: Ti ringrazio, si, non c'è calcolo, direi che non c'è inganno, puoi odiarmi o amarmi ma sicuramente non sono artefatto, la mia fotografia è l'espressione di quello che sono. Certamente il peso del "territorio" delle persone ritrattate è vitale per me, ho anche fotografato, per esigenza, negli alberghi, ma non è la stessa cosa; gli scatti hanno una tendenza al minimalismo che le rende non dico più impersonali ma meno caratterizzate. Per il tipo di fotografia che faccio io, non intervengo per niente, infatti subisco le critiche dei burocrati, ovvero i ragionieri dell'accademismo fotografico, quelli che pensano che controllando tutto si facciano foto migliori; in realtà, come dico sempre, non si controlla niente, è il destino che ci viene incontro. In passato, sono stato contestato addirittura perché non avevo cancellato le prese di corrente, piuttosto che stracci per terra o i rotoli di carta igienica. La verità è che c'erano, e a me andava bene, non mi interessa vedere ambienti asettici, mi interessa la vita reale. Figuriamoci se poi ritocco le donne; e poi che senso avrebbe, scatto prevalentemente in pellicola, dovrei ritoccare pure le stampe, ma al di là di questo per me è una questione di mentalità, la fotografia è il qui e ora. Lo scatto originale è come lo spartito musicale, lo si può, anzi lo si deve interpretare, ma non stravolgere.





T.T: Da quando hai iniziato a dedicarti alla fotografia, seppure come non-professionista, pensi di aver speso di più o di meno di 200.000,00 euro tra materiale sensibile, sviluppi, stampe, provini, macchine fotografiche, libri di fotografia e in generale per tutto quello che concerne i mezzi per la creazione di un’ immagine?


L.R: Fotografo da più di trent' anni, però non credo di aver speso così tanto, ad occhio potrei essere su 100.000/120.000 euro, è abbastanza difficile fare una valutazione così spalmata nel tempo, soprattutto con spese piccole ma frequenti che difficilmente si riescono a calcolare, e di sicuro è piuttosto facile sbagliare per difetto.







T.T: Hai un blog piuttosto attivo e ti vedo altrettanto presente su facebook. Le tue foto sono molto conosciute e apprezzate in rete, strumento che ti ha dato il modo di raggiungere una vasta audience.
C’è qualche altro genere di “output” al quale stai pensando? E alla fine di tutto questo, qual è veramente il tuo scopo?


L.R: Si, è vero, però mi hai messo come finale la domanda più difficile... Senza dubbio mi piacerebbe realizzare dei libri, non lo so, sarà perché sono un po' vecchio ma i libri possiedono un calore che purtroppo nessun pagina web supervisitata e "superpiacciata", passami il termine, potrà mai avere. Non so esattamente quale sia il mio scopo o il mio fine, certamente sono un autore, e ho imparato negli anni a dare sfogo alla mia ossessione per la fotografia che non mi da tregua, lo so, sono un sentimentale, non l'ho mai nascosto.



Ti lascio con questo mio pensiero: Se c'è energia la forma verrà da sé, e credo tutto il resto.

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