Visualizzazione post con etichetta Giovanna Calvenzi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giovanna Calvenzi. Mostra tutti i post

Thorimbert Fashion Experience @ Leica Akademie


Si chiama “Thorimbert Fashion Experience” e sarà fighissimo.

Sta dentro al programma della Leica Akademie, ma non è un workshop

L’ho pensato come un’esperienza attiva, un laboratorio sperimentale, un luogo dove mettere le mani in pasta, con “compiti a casa”, provocazioni, approfondimenti legati sia all’operare fotografico che alla comprensione dei linguaggi della moda.

Niente modellina, vestitino, flashetto, ombrellino.

Durerà 4 mesi, da Marzo a Giugno, una sera a settimana, 16 lezioni.

Si rivolge ai fotografi, ovviamente: per chi ha la passione della moda e a quelli che la moda già la masticano, ma anche a quelle persone che la moda semplicemente la amano, la fiancheggiano, sono curiosi, e che forse, anche grazie a questa esperienza, un giorno useranno la fotografia per esplorarla, raccontarla, farla propria.

I “Contributors” sono al top assoluto: Giovanna Calvenzi: Photo editor, curatrice, storica della fotografia: Lei sa, punto. Silvia Meneguzzo, senior fashion editor: la sua passione, la sua assoluta dedizione allo stile e al perfezionismo sono i miei compagni di percorso da quasi vent’anni, Ennio Capasa, Fondatore e Direttore Creativo di Costume National, colto e sofisticato protagonista della moda italiana, e poi Nora Suardi, virtuosa di Photoshop, che da anni si occupa, tra l’altro, della postproduzione delle mie immagini, Roman Gasser, makeup artist e Gianluca Guaitoli, Hair stylist: loro sono eccellenza: sanno dare alla bellezza un suono profondo ed intenso. E i fotografi ospiti,: Alessio Bolzoni, un innovatore, genio della fotografia in movimento, Settimio Benedusi, generoso e controverso provocatore, e Lady Tarin, con il suo sguardo contemporaneo sul nudo e sulla moda.

E poi Leica, e le Leica.

Tanta roba.

Se non lo facessi già come autore, giuro, lo farei come studente.





"La moda è un gioco.

La moda è un prodotto concreto e reale, espressione industriale delle strategie di marketing di imprese multinazionali.

La moda riflette i mutamenti della società in cui viviamo e si nutre della inarrestabile evoluzione della tecnologia, la moda interpreta la bellezza del mondo ma anche le sue contraddizioni, i suoi contrasti, in una continua rielaborazione dei suoi codici estetici.

La moda è faccenda serissima, ma anche frivola, leggera; non solo sta in un colore, o in mille, ma nelle loro infinite sfumature, in quel taglio di luce che scolpisce la forma e svela l’anima di un abito, sta in una ciocca di capelli mossi dal vento, in uno sguardo, in quel movimento intravisto mentre scendiamo dal tram. La moda non è il vestito che abbiamo comprato, ma la vita che prende quando lo indossiamo.
Così è la fotografia di moda: continua ricerca ed espolorazione di linguaggi, contesti e prospettive, desideri e seduzioni. E’ una disciplina che richiede flessibilità, inventiva, passione, creatività.

La moda non è una cattedrale, è una strada.

Thorimbert Fashion Experience è il laboratorio creativo che la incrocia, un ambito dove chiunque usi la fotografia come mezzo espressivo trova il suo spazio e la sua voce, uno spazio per le domande e dove le risposte sono domande nuovamente formulate, un crocevia di stimoli che saremo noi a trasformare in immagini.

La moda siamo noi."

Toni Thorimbert


Notizie pratiche, moduli di iscrizione, la lista dei contributors e una breve descizione del programma cliccando questo link:
http://www.akademie.leica-camera.it/portfolio-articoli/toni-thorimbert-fashion-experience/

The image above: Photograph by Toni Thorimbert for Io Donna magazine from the fashion essai: "Real show", 2006. Styled by Silvia Meneguzzo.


Click on the picture to enlarge.

Un'intervista di Giovanna Calvenzi per FOTOIT magazine




Una bella intervista che Giovanna mi ha fatto per il numero di FOTOIT di Settembre.
la riproduco qui sotto integralmente:

GC. Bè, non è che lo studente Christophe Antoine Thorimbert, detto Toni, nel 1973 fosse proprio una meraviglia.
Aveva bei capelli lunghi, certo, occhi espressivi, ma anche foruncoli, scarponcini Kickers dei bravi bambini svizzeri e teorizzava che i denti bisogna lavarseli almeno una volta la settimana.
In classe era un capo involontario. Godeva di indubbio carisma e lavorare gli piaceva molto purché si iniziasse dopo le 10.
Quella era la sua ora, prima non c’era neanche.
Allora ero la sua prof di linguaggio fotografico e storia della fotografia.
Avevo fatto una proiezione mettendo a confronto il lavoro su Mosca di Henri Cartier-Bresson e di William Klein e Thorimbert, unico della sua classe, aveva fatto suo da subito il linguaggio aggressivo di Klein.
Assorbiva come una spugna. Credo sia stato lo studente migliore dei miei undici anni di insegnamento.
Come lavoro di fine corso aveva realizzato una storia sui bambini di Pioltello, alla periferia di Milano, nel quale il diciassettenne autore e i suoi soggetti recitavano insieme per raccontare una storia di emarginazione ma anche di allegra arroganza.
Erano già evidenti in questo primo lavoro una grande padronanza linguistica e un’incredibile chiarezza di visione.
E i “Bambini di Pioltello” rimangono un saggio fotografico che viene sovente proposto in mostra (l’ultima volta nel 2015 a Palazzo della Ragione, a Milano, nella mostra “Italia Inside Out”). L’intervista potrebbe iniziare da qui, da questi ricordi e dai “Bambini di Pioltello”.


TT. “Bambini di Pioltello” è stato il mio primo lavoro pensato come tale, oggi si direbbe progetto, e probabilmente sono anche tra le mie migliori fotografie di sempre.
A distanza di - ormai molto - tempo ho il rammarico di non aver saputo leggere in quel momento l’importanza di quel lavoro… avrebbe potuto portare la mia carriera in una direzione tutta diversa da quella attuale.
Non sono certo pentito del mio percorso professionale e umano e credo che quegli anni, con quella testa e in quel tempo, non potevano che portare a quella che è stata ed è oggi la mia realtà.
Ma il dubbio mi rimane.
Forse avrei potuto fare il reporter, esagero, magari il fotografo di guerra.
Oggi qualche volta ci penso, anzi ogni tanto mi viene la voglia di cominciare a farlo ora.

GC. Credo che quando hai finito la scuola e hai avuto la fortuna di iniziare immediatamente a lavorare tu non ti sia posto un problema di “genere”.
Ti è stata offerta l’opportunità di lavorare con Fabio Simion, fotografo prevalentemente di studio, e lì hai imparato a usare le luci, a comporre su un fondo, senza chiederti dove saresti potuto andare. Però, per quello che ricordo, non ti sei mai accontentato. Facevi reportage per movimenti politici, costruivi storie per giornali giovani della Mondadori, fotografavi “per te stesso” senza neppure un progetto reale di mostra o di libro ma quasi per verificare quello che volevi e sapevi fare.
Quando hai avuto la consapevolezza che stavi andando in una direzione precisa, quella che sarebbe poi diventata la tua per molto tempo?


TT. No, in effetti non si trattava di scegliere un genere, si trattava molto più prosaicamente di riuscire a vivere di fotografia.
Comunque ero molto giovane e fare l’assistente e imparare la faccenda dello studio, e le luci e tutto il resto mi piaceva molto, era un mondo, un gioco, incredibile, tutto da scoprire.
Comunque, sì, ho fatto tanto, la fotografia mi piaceva in tutte le sue forme, è stata per molto tempo, e lo è ancora oggi, la mia chiave per aprire porte, attraversare e conoscere mondi e persone.
Credo di essere diventato veramente consapevole delle mie scelte, del mio valore e del mio percorso-linguaggio molto tardi però, a metà degli anni ‘90, quando avevo già macinato un bel curriculum e migliaia di foto.
Ma è stato in quel periodo, dopo una salutare crisi esistenzial-fotografica, che ho cominciato a far collimare quello che volevo con quello che facevo.

GC. La domanda a questo punto diventa molto semplice: cosa volevi e cosa facevi?

TT. In quel periodo facevo ormai molta moda e avevo anche abbastanza successo, Cioè facevo foto che piacevano, roba fatta bene, ma mi mancava qualcosa.
L’esperienza del ritratto per Amica, con Paolo Pietroni direttore, si era in qualche modo conclusa.
Anni di ritratti in banco ottico 10x12, 4/6/10 scatti massimo.
Ritratti ambientati a colori, complicati, scultorei.
Una grande esperienza che però non era più in linea con gli anni ‘90 che iniziavano.
Lo stesso Pietroni era passato in Condé Nast a dirigere un Vanity Fair mensile dove le fotografie erano più pittoriche, più in movimento.
Forse si era persa la purezza e anche l’innocenza degli anni ‘80. Quell’essere così o niente.
Ora bisognava essere prima di tutto “cool”.
Le mie foto erano buone, Non credo di aver quasi mai fatto foto brutte o sbagliate, ho sempre surfato sulla cresta dell’onda degli stili fotografici, ma proprio questo era diventato il mio limite. Cavalcavo l’onda, ma era la mia onda? Durante un servizio di moda in Kenya entrai in una crisi profonda: avevo con me una foto di mia figlia che avevo fatto con la Rolleiflex, una foto semplice, quadrata. Pensai: “ma perché le mie foto di moda non sono così?” e da quel giorno cambiai completamente modo di lavorare.
Tornai in periferia, a Quarto Oggiaro, dove tutto era cominciato, e misi insieme dieci foto da portare in America.
O la va o la spacca, ero deciso a chiudere se non avesse funzionato.
E come potrebbe succedere in un film, l’ultimo giorno mentre mestamente stavo facendo la valigia perché nessun giornale di New York mi aveva cagato, squillò il telefono. Era Greg Pond, photo editor di Details, il giornale più figo del mondo in quel momento.
Cambiai il volo e il giorno dopo ero da lui.
Quello che volevo stava cominciando a collimare con quello che facevo.

GC. Dal tuo racconto emerge una tensione costante nei confronti della professione. E credo sia vero che la tua straordinaria capacità di “surfare sulla cresta degli stili fotografici” sia stata una gioia per chi ti dava lavoro ma poteva diventare per te una sorta di gabbia. Al di là della reazione radicale che hai avuto in Kenya ci sono stati altri elementi che ti hanno aiutato a trovare una direzione più tua? Ricerche personali? Altri autori con i quali ti confrontavi?

TT. “Ispirazioni” è il titolo di una fortunata conferenza che faccio qua e là, quando me lo chiedono. Una conferenza nella quale svelo le immagini e gli autori che mi hanno influenzato e stimolato, specialmente all’inizio della mia formazione come fotografo.
L’accesso all’informazione e alla cultura “alta” non era un fatto scontato per un ragazzo di periferia senza un background familiare privilegiato, e quindi sì, avevo fame di sapere e ho rubato tutto quello che potevo a chi mi ispirava, ma poi alla fine, quando trovi la tua strada, è molto più vicina a te come persona, a te come cuore, che alla somma di tutto quello che hai visto e studiato nel tuo percorso di crescita come autore.
A un certo punto ti scatta un qualcosa dentro e mandi tutti a quel paese e dici che vi piaccia o no questo sono io, così vedo io.

GC. All’inizio di questa conversazione dici che i “Bambini di Pioltello” sono tra le migliori immagini che tu abbia realizzato.
Se da un punto di vista “formativo” il tuo lavoro è certamente di grande forza, non sottovaluterei tuttavia molti dei tuoi ritratti – che tu oggi forse ritieni troppo “classici” – ma anche e soprattutto molte delle tue immagini di moda. In questa direzione tu sei passato indenne tra l’immagine della donna solare e saltante della fine degli anni ’70 e la donna tossica e sciagurata i cui strascichi si vedono ancora qua e là.
Riesci in qualche modo a definire che tipo di “moda” ti interessa?


TT. La moda non è il paesaggio. Il paesaggio sta lì, che tu lo voglia fotografare o no. La moda è un prodotto che per sua necessità commerciale si evolve e cambia continuamente.
La moda non è un vestito, ma d’altra parte il vestito ne è parte integrante, fondamentale.
Mi sono innamorato delle potenzialità espressive dell'abito incontrando casualmente l’alta moda di Capucci che però avevo voluto, all’epoca scandalosamente, fotografare indossata da un personaggio androgino e futuristico, una modella che sembrava uscita da Blade Runner in un contesto diroccato e decadente.
La qualità di un fotografo che fotografa la moda è la flessibilità, la curiosità, il desiderio di mettersi in gioco continuamente e soprattutto la capacità di lavorare come parte di un team, di accettare di mettersi in gioco con gli altri.
È il vestito che ti dice come fare la foto, mai il contrario.
Questo se vuoi essere un vero fotografo di moda, non un pirla qualsiasi che fotografa una modella con addosso della roba.
Io amo molto la moda, amo molto quello che un abito può trasmettere, la sua potenzialità espressiva, ma è un lavoro molto difficile, molto più di quello che può sembrare.
Quando vedi una foto di moda semplice, naturale, immediata e spontanea allora sai che lì il fotografo ci ha dovuto davvero sudare.

GC. Vogliamo parlare dei tuoi libri? Cos’è per te un libro? Che significato ha? Cosa chiedi a te stesso e al libro mentre lo stai progettando/costruendo?


TT. Sono molto lento nel progettare e produrre libri… Infatti, a oggi, lasciando a parte cataloghi o libri con altri fotografi, ne ho fatti “solo” tre: Transfert uscito nel 2000, Carta Stampata del 2006, e l’ultimo, Seduction of Photography che ho presentato in anteprima ai Rencontres de la Photographie d' Arles a luglio e poi, diciamo ufficialmente, a fine Novembre in Corso Como 10 a Milano e poi in varie gallerie e istituzioni in Italia.
Transfert e Carta Stampata sono raccolte composte da immagini che vengono dall’archivio, mentre Seduction of Photography è il risultato di un lavoro pensato per prendere la forma di un volume.
Carta Stampata è una antologia del mio lavoro per l’editoria, un libro che a un certo punto si è reso necessario soprattutto per me, per mettere ordine e dare un valore, una coerenza, alle migliaia di fotografie di reportage, ritratto e moda che ho scattato nei primi trent’anni della mia carriera di professionista.
Transfert, ormai introvabile, è il mio libro autobiografico, preparato parallelamente al mio percorso psicanalitico e racconta attraverso foto “ritrovate” in archivio il mio mondo interiore, un po' tormentato, oscuro.
Seduction of Photography è una riflessione sulla fotografia, sul suo potere seduttivo, ma anche sulla sua assoluta ambiguità.
Comunque costruire un libro è un’enorme sofferenza felice, è come una relazione amorosa, ti fa felice, ma ti fa anche soffrire... Per editare S.O.P. ho passato un Natale da solo chiuso in un albergo deserto di Milano Marittima… da 10.000 foto dovevo arrivare a circa 50 … Bello, e terribile al tempo stesso…

GC. Vorrei concludere la nostra conversazione riflettendo su una tua dichiarazione che risale a molti anni fa. Nel 1982, in occasione di una tua prima mostra alla Galleria Il Diaframma di Milano, avevi scritto: “Legato, sia per la mia ambizione che per oggettive ragioni economiche, alla “fotografia cui segue fattura”, sono portato a riversare la mia tensione creativa all’interno del mercato editoriale”. E’ ancora così?

TT. Qualcosa di vero c’è ancora, però sempre meno… Questa affermazione, lungimirante, visto il periodo in cui è stata fatta, è tanta parte della mia storia e del mio atteggiamento.
Mi piaceva lavorare e lavorando trovavo gli spazi, i mezzi e gli stimoli per produrre le immagini che avevo dentro.
Ora naturalmente le cose sono un po’ diverse, il mercato è molto cambiato, la fotografia è molto cambiata, le necessità mie sono cambiate.
Oggi esprimersi al di fuori di una committenza ti dà margini creativi molto maggiori, anche perché l’editoria, la moda, la pubblicità stanno attraversando un periodo di transizione e assestamento importanti.

FOTOIT
è il giornale della FIAF federazione Italiana Associazioni Fotografiche

Click on the pictures to enlarge.

La Spezia > Rimini > Arles

L'altra settimana ho preso la macchina e ho fatto un giro.
Prima tappa: La Spezia, dal Boss.



Jacopo "Boss" Benassi allo spazio Boss di la Spezia.

BOSS è: United Club of La Spezia.
Un posto con un bel palco, un bar, una cucina ( ottima ) e uno spazio espositivo.
Lì ho montato una mostra di mie foto di moda.









Archiviata la pratica, ce ne siamo stati belli tranquilli a mangiare all'aperto e ad ascoltare musica - all night long -.



Francesca Cattoi, curatrice del CAMec e Lady Tarin. Qui sotto Benassi e Luca Basile, assessore alla cultura, qui colti in una sequenza del loro tipico rapporto amore-odio.







Qui sotto una vista notturna della exhibition.



Mattino dopo, non all'alba, visita guidata al CAMec dove Francesca allestiva una grande mostra sulla scultura.
Qui sotto con Lady Tarin riflessi in un'opera in allestimento di Ketty La Rocca.



Bellissima questa opera di Eliseo Mattiacci.
Il martello porta incisa a rilievo la scritta "essere". I visitatori creano l'opera percuotendo una grande lastra di piombo lasciando così l'impronta del loro passaggio, del loro "essere"





Poi siamo passati a prendere Jacopo. Qui lo vediamo pronto con la sua borsetta di Luis Vuitton a partire per Rimini.



Qui sotto, dopo aver attraversato tutta l'Italia per il largo, siamo arrivati a Rimini.

Villa Manzi. Un albergo semidiroccato gestito da Chico De Luigi e dalla sua banda No Panic durante la notte rosa.
Tante stanze e tanti lavori di artisti: writers, illustratori, fotografi.



Qui sotto la stanza-opera di Chico De Luigi. Il mare di Rimini nel suo periodo dark.
Tanto è vero che quando sono arrivato lui stava completando l'opera prendendo a martellate i muri...



Qui sotto un paio di scatti mentre allestisco la mia stanza con le mie foto estratte da Transfert, il mio libro, (ormai introvabile) uscito nel 2000.





per questo allestimento ho scritto questo breve testo:

"Si dorme e si sogna.
E i sogni vissuti in queste stanze sono come immagini rimaste sole e smarrite.
Abbandonate, si sentono sperdute.
Questo luogo gelosamente le custodisce: stratificate, sovrapposte, strappate.
Ma ancora in qualche modo vive.
Si rivelano, perchè il loro umore ancora persiste...."






Qui sotto, altra vista di Villa Manzi



Dalla finestra si vede la spiaggia, il mare, la consolle del DJ



Benassi nella tazza.



Adele Ghirri e Jacopo.



Qui sotto: Benassi e Chico: Linguaggi del corpo!



Benassi cammina sulle acque.



Qui sono impegnato con la mia playlist chill out. E' stato molto bello mettere la mia musica la sera, con tutti che parlavano e bevevano stavano bene. Non è stato un DJ set. Non saprei nemmeno farlo, ma la mia musica non è male, e allora ho fatto una playlist e l'ho fatta andare random durante la serata. Mi sembrava che tutti fossero a casa mia, con il mio tappeto sonoro. Una sensazione che non avevo mai provato. Bello.





Poi sono passato da casa, ho rifatto i bagagli e sono ripartito per Arles dove ho ritrovato la mia amata stanza N° 3, all'Hotel Forum



Qui il controcampo...The room with a view:



Quest'anno ai "Rencontres Internationales de la Photographie"David Bailey era la Star.

Aveva la mostra N° 01.



Peccato che, come si vede bene qui sopra, l'allestimento era veramente atroce.



Strani accostamenti e strani formati.
Qui tra l'altro due belle foto, decisamente troppo piccole, e forse un pochino troppo somiglianti ad un Avedon e ad un Penn.



Qui sopra David e Mick al top.



Questa foto era super: un autoritratto con Dalì. La stampa era grande, ma era appesa a più di due metri...



Bailey è un mito. Le foto, si, sono buone, ma è lui "the real thing".
"David Bailey's fucking daily" si diceva. E' stato con tutte le più belle donne di sempre. Sposato con Catherine Deneuve, Marie Elvin, Catherine Dyer.
nel film Blow up, di Antonioni il fotografo doveva farlo lui, poi lo fece Hemmings, ma tutta la faccenda era ispirata allo stile di vita di Bailey

Prima di Arles me lo ricordo una volta a Parigi, nel 1988.
In questo piccolo hotel figo vicino agli studi di Vogue.
Io lavoravo per Amica.
Al mattino, in coda per il check out, al desk c'è Bailey: 50 anni. Figo davvero. Non alto ma piazzato. Con uno stuzzicadente in bocca.
Parla un inglese svelto, cockney, per me assolutamente incomprensibile.
Io dietro di lui in coda. Da parte, in un ascensore piccolissimo e strettissimo - da uno - vedo atterrare Norman Parkinson.
Bailey traffica con le sue valigie. Di metallo, su misura. Luccicanti e bellissime. Tutte con una grande piastra avvitata con scritto DAVID BAILEY, cubitale.
Cosa aveva?, Carisma allo stato puro.

Adesso ha 76 anni, è qui ad Arles. Fuma sigarette, sicchè non li porta proprio da Dio.
E' sempre svelto, con l'occhio spiritato. Seduto alla terrasse del Nord Pinus.
Vorrei fargli una foto, ma desisto. Dovrei andare lì e dire cose tremende tipo " Excuse me, Mr Bailey, may I take a picture of you?"
Alle sei e mezza c'è la sua conferenza. Allora vado.
La conferenza non ha molto senso. Siccome non vogliono parlare di cose frivole come la moda ( ad Arles la moda non è molto in auge ) Bailey alla fine è presentato come una specie di fotografo di viaggi. Roba da matti.
Lui però se la ride, specialmente delle sue stesse battute. La gente pure chiede, ma lui abilmente svicola.

Alla fine pensi: E' proprio un fotografo. Hai presente? uno famoso di quegli anni là. Ha fatto centinaia di servizi di moda, di ritratti, di commercial. Il fotografo della swinging London. Si è fatto le meglio tipe, la Rolls, ma che cazzo gliene frega a lui? ma niente.
Decido di fargli una domanda, più che altro per farmi vedere, per non essere un "nessuno" quando gli farò uno scatto. Perchè penso che alla fine della conferenza scenderà dal palchetto, e per forza verrà verso di me, verso di noi, per uscire.
Gli dico. "Scusi Mr Bailey, può spiegare qual'è il suo rapporto con questa mostra? perchè personalmente non l'ho capita molto bene. Ci sono foto belle e famose messe in un angolo, piccoline, altre sono giganti, ma attaccate così in alto che nemmeno si vedono..." Lui dice " bene, allora vuol dire che la mostra ha ottenuto il suo scopo, far pensare..." Eh..."This is a smart answer, Mr Bailey, but, you know, it's not an answer..." Insomma la gente se la ghigna, è ora di smontare.
Così scende dal palchetto, viene placcato contro un fotogenico muro di tufo, scatti a mille coi telefonini, poi alla fine viene verso di me, sorride, dice. "Mi piace il tuo inglese con l'accento così francese" "actually, I am italian" " Ohhhhh, I loooove Italy" , alzo la Nikon F3 e faccio due o tre scatti. "Nice camera" dice, e finisce a tarallucci e vino.
Come è giusto che sia.





Here below: David Bailey photographed in Arles by Toni Thorimbert





Era divertente la collettiva sulla fotografia olandese curata da Erik Kessels.
Sono Pazzi Questi Olandesi!



Erik Fens fotografa l'albero davanti a casa sua sempre riflesso nelle diverse macchine che ci parcheggiano sotto.

Qui sotto invece un mio mito assoluto:Hans Eijkelboom



Qui sopra: l'artista si è fatto fotografare con addosso vestiti che costano in totale circa dieci euro. Nella bacheca sotto alle foto ci sono, ben piegati, i vestiti.



In quest'altro progetto per dieci giorni di fila si è infilato di straforo nelle foto di cronaca del quotidiano locale.



Mentre qui, sadico colpo di genio, il tipo si auto invitava nelle case quando il marito non c'era e riusciva a farsi una foto di famiglia come se il marito, e padre, fosse lui.



In quest'altro lavoro ha chiesto ad un assistente di contattare alcuni vecchi compagni di scuola che non lo vedevano da anni e farsi dire che lavoro immaginavano facesse.
Nelle foto l'artista interpreta i mestieri immaginati dai suoi vecchi compagni: dall'impiegato di banca, all'aviatore, o come in queste due foto, l'elettricista e l'attivista di sinistra.



Se mai vi venisse in mente di fare un lavoro basato su "selfie" di voi che piangete a dirotto, lasciate perdere, è già stato fatto da Melanie Bonajo.

Qui sotto un altro grandissimo pazzo, tale Jos Houweling
Catalogatore imperterrito, seriale, lui ha fotografato tutto di Amsterdam, sopratutto le cose che nessuno guarda o considera: tombini, cacche di cani, moto, bici attaccate ai pali, orologi, scritte stradali. Migliaia di fotine stampate in misura, ritagliate e incollate su fogli con un effetto grafico straordinario.
Ma la cosa fantastica è che la città di Amsterdam per festeggiare i suoi 700 anni ne ha fatto un libro. Uno sballo.











Qui sotto, Artur Walther, collezionista.
"Typologie, Taxinomie et classment sèriel" era forse la migliore mostra di Arles quest'anno.



Con una moltitudine di opere dei Becher, di August Sanders, di Bacigalupo, Muybridge, Appelt e Araki, la mostra era piuttosto illuminante su come i fotografi mettono in discussione i codici del realismo nell'intento di catalogare e recensire il mondo e i suoi abitanti.



Karl Blossfeldt.



Avedon, "The family".



Ai Weiwei.

"Il nuovo paesaggio umano" è stato il titolo dell'edizione dei "Rencontres" curata da Giovanna Calvenzi nel 1998.
Ma la storia di Giovanna - e di tutti noi - con Arles inizia molto prima, alla fine degli anni settanta.
Dormivamo in furgone o stavamo in campeggio, il Basilico faceva vedere in giro le stampe in bianco e nero di "Ritratti di fabbriche" un lavoro che adesso è praticamente leggenda.

Oggi, quando Giovanna si mette in macchina per tornare a Milano, la Laura guida e la Kitti davanti, lei si mette dietro, al computer, scarica le sue foto e impagina un instant-book digitale che nel giro di qualche giorno regalerà a tutti noi.
Il libro di Arles.
Ho ricevuto la mia copia ieri.

Grazie Giovanna, questa è davvero la nostra storia.



Testa presunta di Giulio Cesare, ritrovata nel Rodano nel 2007 e conservata al Muséè Arles Antique




Due allieve della Fondazione Marangoni di Firenze con Kitti Bolognesi e Laura Incardona.
A destra, Toni Thorimbert alla finestra dell'Hotel du Forum




Due immagini dell'abbazia di Montmajour e a destra Kitti Bolognesi + T.T.



In alto: Ilaria Crosta e Niccolò Hébel.
Sotto Victoria Solocinski. A destra, Giovanna Calvenzi alla lettura dei portfolios.




Kitti Bolognesi e Laura Incardonano mimano le immagini proposte nella sezione curata da Eric Kessel



Alle serate del Théatre Antique la premiazione dello European Publishers Award alla presenza di François Hébel




In queste due pagine: Laura Incardona, Giovanna Calvenzi, Kitti Bolognesi e Laura Morton.



Renata Ferri e Donatella Peliti. A destra dall'alto: Kitti Bolognesi e Elina Brotherus e sotto con Laura Incardona



Festa sul Rodano organizzata come ogni anno dai Riverboom



Olivo Barbieri con un amico. Sotto: Daria Menozzi. A destra: T.T e Chico De Luigi



Foto di gruppo davanti all'Hotel du Forum: T.T, Martino Marangoni, Chico De Luigi, Florence Oggier, Kitti Bolognesi, Laura Incardona


Thanks to Niccolò Rastrelli and Carlo Furgeri Gilbert for the pictures with Mr Bailey.

Thanks to Mone for the pictures of me at Villa Manzi

Artur Walther is photographed by Toni Thorimbert

To see more of the Villa Manzi exhibition:
http://www.almaphotos.net/estro-santo-manzi-haus

Some track out of my playlist @ Villa Manzi:

UNKLE/ Caged bird
Moderat/A new error
The Roots/ Long time /The other side/
DJ Krush/ Pretense
Letherette/ Blad
Parov Stelar/ You got me there
John Cale-Lou Reed/ Forever changed
The fenomenal handclap band/ Tears
The cinematic Orchestra/ To build a home
Alt-J/ Tessellate
Tricky/ Past mistake/Nothing matters/We don't die
Massive attack / Girl I love you
Portishead/ The rip
Madlib/ For my mans

That's all folks!!! Thanks and love to everybody!



Toni Thorimbert in Arles photographed by Ornella Minolfi.

Click on the pictures to enlarge.