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Le ragazze come Io.


Mentre scattavo gli ho detto: "fate me, fate me, in foto"!



Gia and Diana Thorimbert photographed by me, as me. Milano, december 2017
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A mia madre, il giorno del mio compleanno.


Mi ha partorito 59 anni fa, il primo gennaio del 1957.
Quel giorno, i nostri sguardi si sono incontrati.

Ma ora lei sta chiusa in una cassa.
Tutto è definitivo, oggi. Tutto è stato detto e fatto.

Nessuno sguardo più.

Mentre me ne sto andando per sempre, mi fermo, mi volto e scatto questa fotografia.



il mio autoritratto è questa distanza.

Fa un gran freddo, e io sono senza faccia.

Fernanda Mocavini
9 September 1923 - 2 October 2015.

R.I.P.


Fernanda Mocavini funeral photographed by Toni Thorimbert.
Parma, 5 october 2015.


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The inner child




Lui è carino, giocoso.
Lui è capriccioso, a volte anche cattivo.
Innocente.
Furbo.
Vuole tutto subito. Batte i piedini. Si stufa presto.
Vuole nuovi giocattoli, ci gioca un po’, poi li lascia lì.
Però dice: “ Ma io...ho ragione! Non ho avuto le mille lire per le giostre. Non ho avuto il grembiule blu, le macchinine...Non ho avuto un abbraccio, quando lo avrei voluto…”

Lui era viziabile ed io l’ho viziato.
E’ bravo.
Ha talento, fantasia, energia.
Un artista.
Eh...poi...sa far ridere, sa piacere, sa farsi amare.
Ma è un bambino. Vuole averla vinta. Provoca. Vuole vedere fin dove puo’ arrivare.

Io veramente l’ho anche odiato. Mi imbarazzava andare in giro con lui.
Coi pantaloni corti, la maglietta a righe delle colonie, le scarpe ortopediche e...dai, una faccia un po’da babbo.
Ma era peggio.

Oggi, vedi, lo tengo tra le mie mani, lo proteggo, gli voglio bene.
Giochiamo - certo - ma poi anche ci parliamo, gli spiego delle cose.

Lo educo.

Con amorevole fermezza.


A self-portrait by Toni Thorimbert, shot in Milano, 2 January 2015.


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5.24 AM

In centro, mandrie di persone, come ombre, si muovono scompostamente.
I fari della Smart illuminano cosce in calze velate e tacchi instabili.
Ho portato a casa M. Niente taxi.
Sono le quattro del mattino del primo giorno dell’anno.
Gia ha dodici anni. E’ tenera. Mi aspetta trafficando con il suo telefonino.
La metto a letto. La Beba già dorme nella sua cuccia.
Oggi è il mio compleanno.
Compio gli stessi anni della mia data di nascita. Un compleanno speciale.
Mi farò una foto. So come voglio farla.
A gambe incrociate, seduto sul mio tappeto.
Farò un solo scatto all’ora esatta in cui sono nato, cinquantasette anni fa.
Piazzo cavalletto e macchina.
Non cambio nessuna luce.
Tengo vicino il mio Iphone per controllare l’ora.
Ora sono le cinque.
Faccio qualche prova per l’inquadratura e l’esposizione.
Lo sfondo è troppo luminoso, vado a spegnere una luce. E la musica. Non c’erano mica i Massive Attack quando sono nato.
Mi spoglio, mi tolgo anelli e bracciali.
Sono le cinque e dodici minuti.
Mia madre dice che sono nato alle cinque e un quarto.
Guardo nell’obbiettivo ma lui non mi piace.
Non ho nulla da guardare lì. Voglio guardare dentro.
Chiudo gli occhi e respiro.
Abbraccio la mia vita, penso alla mia fortuna.
Respiro.
A quanto ho ricevuto.
Quanto ho dato.
Respiro.
Sento le mie figlie.
Respiro.
Amore.
Respiro.
Vita.
Click.
Erano le cinque e ventiquattro del mattino del primo gennaio millenovecentocinquantasette.



Toni Thorimbert: selfportrait. Milano, 1/1/2014

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Portrait, self portrait.

Tutte le buone fotografie dovrebbero essere degli “autoritratti”, ma è molto difficile che un autoritratto sia una buona foto.
Settimio Benedusi


L’anno scorso, per vari motivi, mi hanno scattato molte fotografie di ritratto.
Ne ho scelta una. Me l’ha scattata Giovanni Gastel.
One shot. Uno scatto solo.
Giovanni è bravo, la sa lunga, e tra tutti e due facciamo tanti anni dietro - e davanti - a quelle macchine.
Ma se ci ripenso, sembravamo piuttosto due condomini indaffarati che si incontrano casualmente su di un pianerottolo ingombro di cose: flashes, banks, cavalletti, una colonna e la grande Plaubel col soffietto.
Molto vicini e molto distanti.

Il 20X25 ti inchioda. Come fotografo, non puoi sgarrare. Il fuoco. Il momento dello scatto.
Come soggetto, se ci vuoi essere, devi partecipare a quel rigore.
I sensi si amplificano. Gli assistenti tremano. Pure loro, molto attenti. Se sbagli è un guaio.

Io preso, in quella frazione corta di tempo, a ripulirmi da quell’ io ingombrante che ogni tanto sgomita.
Lasciarmi vedere, ecco quello che volevo.
Giovanni ha caricato l’otturatore con l’aria di maneggiare quella levetta per la prima volta in vita sua.
Credo mi ha guardato un attimo, a lato della macchina, non da dietro, e qualcosa mi ha in qualche modo inglobato, anche se ero troppo preso a guardare verso l’obbiettivo per saperlo veramente, e subito subito, i flash hanno fatto un BUM molto forte, come in una fucilazione in cui tutto succede molto più in fretta di quanto immagini, molto diversa da come la vedi nei film, dove la tirano in lungo e i condannati fumano l’ultima sigaretta.
Ma io ero solo felice di essere lì, e Giovanni era sincero e vero e tutto questo ha prodotto questa meravigliosa non-intenzione.

Cedere le armi. Essere vulnerabili. Con-fidarsi.

La guardo e mi chiedo: “quanto ci ho messo di mio?”



Toni Thorimbert photographed by Giovanni Gastel, 20 December 2012

A gennaio di ogni anno mi scatto un autoritratto.

Compio gli anni il primo.

Allora mi faccio la foto. Anche se non ne ho molta voglia. E ogni volta è molto diversa da come vorrei che fosse. Per intenderci, nei miei autoritratti io vorrei somigliare a quello che sembro nella foto in alto, quella di Gastel.
Ma non mi viene mai. Al massimo sembro ebete, mai sereno, men che meno saggio.
Forse perché non lo sono. Forse non lo sono ai miei occhi.

Più difficile che scattarsi un ritratto, c’è solo sceglierlo, figuriamoci commentarlo. Troppe cose fatte troppo da soli.

Comunque, alla fine ho scelto questa.



Self portrait, 1 January 2013

Clicca sulle immagini per ingrandirle.

Comunicazione di servizio:

Nel corso di questi anni è diventata una prassi abbastanza consolidata per me pubblicare un nuovo post ogni settimana, la domenica sera. E' stato bello perchè a me ha dato una disciplina e un ritmo mentre a chi mi segue ha dato la sicurezza di un appuntamento fisso.
Da quest'anno, oltre a pubblicare anche la traduzione in inglese, vorrei provare a privilegiare l'ispirazione e la qualità invece che la regola e la quantità.
Con tanto affetto, buon 2013!
T.T.


ENGLISH TRANSLATION:

Every good photograph should be a “self-portrait”, but it’s rare for a self-portrait to be a good photograph.
Settimio Benedusi

Last year, for a variety of reasons, people were always making portraits of me.
I chose one. It’s the one Giovanni Gastel took.
He took it in one single shot. Just one.
Giovanni’s a talented man, he knows a lot, and the two of us go back many years – both behind the camera and in front of it.
But if I think about it, we used to be more like two busy next-door neighbors who bump into each other every once in a while on the landing, which is full of their stuff: flashes, banks, tripods, a column stand and a big Plaubel with bellows.
So close, yet so distant.

An 8 by 10 nails you down. As the photographer, there’s no second-guessing. Focus and timing is everything.
As the subject, in order to be part of the process, you need to be part of the precision.
The six senses are amplified. The assistants’ nervous tics come alive. Also they know: be alert.
If you make a mistake, it’s a problem.

I was intent, in that short fraction of a second, on erasing my cumbersome other self that sometimes rears its head.
Let myself be seen, that’s what I wanted.
Giovanni cocked the shutter like he was figuring out that little lever for the first time in his life.
I think he looked at me for a second, from the side of the camera, not from behind, and something somehow swallowed me, although I was too busy looking at the lens to know for sure, and right at that same moment, the flashes went BOOM really loudly, like an execution where everything happens much quicker than you can imagine, much different from the way they show it in the movies, where the minutes seem like hours and the convicts smoke their last cigarette.
But I was just happy to be there, and Giovanni was sincere and true, and all this together produced this wonderful non-intention.

To lay down your arms. Be vulnerable. Have trust.

I look at it and ask myself: “How much did I contribute?”

Each year in January I take a self-portrait.

My birthday is on the first.

So I take my own picture. Even when I don’t really feel like it. And every time, it comes out much different from the way I wish it had. What I mean is, in my self-portraits, I’d like to be more like what I look like in the photo above, the one by Gastel.
But I’m never able to do it. At most, I come out looking like a simpleton. Never serene, let alone wise.
Maybe because I’m not. Maybe it’s just me who thinks I’m not.

What’s harder than taking a self-portrait is choosing one, not to mention discussing it. Too many things done all by one’s self.

In any case, here’s the one I ended up choosing:


Apostille:
Over the last years, I was in the more or less regular habit of publishing a new post every week, on Sunday night. It was good because it gave me discipline and rhythm, while it gave my readers the assurance of a fixed instalment.
Starting this year, besides adding an English translation, I’d like to try giving priority to inspiration and quality instead of principle and quantity.
With much affection and gratitude, Happy 2013!
T.T.

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Editor-at-large Matteo Oriani compares some types of self-portraits

C'è la grande moda dell'autoritratto.
Adesso poi, con gli apparecchi digitali, riempiamo Internet con le nostre facce, scegliendo il volto giusto per presentarci al mondo.
L'autoritratto ha radici profonde perché nasce dal bisogno di rappresentare la nostra identità attraverso una delle nostre tante maschere. E' una sorta di travestimento dedicato al nostro bisogno di vivere una “pluralità di vite” come diceva Freud.
L'autoritratto può anche essere un attestato psicologico di grande rilievo nella rappresentazione dell'"Immagine Interna" che si può raffigurare solo in parte con l'immagine esterna.
Vi propongo qualche esempio: Questo è un autoritratto di Pablo Picasso del 1896, quando aveva 15 anni


E' intitolato “Autoritratto con i capelli spettinati”.
In questo caso, si può parlare di un autoritratto realizzato per esplorare la molteplicità delle nostre “facce” o la nostra volontà di vivere una “pluralità di vite”.
Qui Picasso, nell'adolescenza, cerca una propria identità. Tutto vestito per bene, con la cura che ci aspetta da un ragazzo della sua età alla sua epoca, esprime il proprio estro creativo, forse ribelle, spettinandosi la zazzera.
Quest'altro, sempre di Picasso, è del 1972, dipinto un anno prima di morire, a 91 anni.


Adesso Picasso realizza un autoritratto che ha un simbolismo diverso rispetto al primo.
Va al di là o, se vogliamo, più nel profondo. Non rappresenta la sola faccia (esterna), ma anche una identità più profonda. Qui l'artista utilizza l'autoritratto non più per la volontà di vivere una “pluralità di vite”, ma come documento psicologico dove rappresentare la propria identità interna. In questo caso, la consapevolezza della fine della vita.
L'autoritratto ha il valore della testimonianza.
I ritratti, e di conseguenza gli autoritratti, si fanno per fissare un momento e rappresentare lo stato di quel momento. 
E' come creare un proprio “doppio” che sopravvive a quel momento e rimane a testimonianza.

Ho trovato una interessante analogia con due autoritratti di uno stupefacente fotografo, Robert Mapplethorpe. Ecco il primo del 1980, realizzato quando aveva 34 anni


E' di una bellezza disarmante. Ha una intensità che solo da una persona con una sensibilità artistica molto sviluppata può ottenere. Eccolo lì, bello come il sole, innocente, intenso, sensuale, consapevole e disponibile. Nel pieno della vita e della bellezza. Scandalosamente raffinato.
Ed ecco il secondo, datato 1988, un anno prima della sua morte per AIDS:


Come Picasso, Mapplethorpe si guarda allo specchio, rilancia il suo sguardo su se stesso, su di noi e sulla morte.
Ma la grande potenza del ritratto sta nel modo con cui impugna il bastone con il teschio. La mano afferra la morte mentre il volto sembra allontanarsi sfuocato con un'espressione quasi di sfida, di consapevolezza, appunto.
Sarebbe meglio vedere questa foto dal vivo.
Su internet, ho visto cose orripilanti. E' fondamentale riconoscere il corpo dell'artista nero su fondo nero per apprezzare la composizione. Spesso le riproduzioni su internet sono troppo contrastate facendo perdere la postura di Mapplethorpe.

Mi sono divertito a trovare analogie tra diversi fotografi famosi.
Ecco, per esempio, un autoritratto di Richard Avedon:


E uno di Annie Leibowitz:


Si dice, no?: un fotografo, mentre con un occhio guarda in macchina con l'altro guarda dentro se stesso.

Qui sotto, ancora Avedon:


Elliot Erwitt:


Irving Penn:


Henri Cartier-Bresson:


Tutti con il loro apparecchio fotografico ben in vista a raccontare il loro rapporto con la macchina. Tutti tranne Cartier-Bresson, notoriamente molto schivo, che diventa tutt'uno con la fotocamera sostituendo il suo volto con l'obbiettivo.

Molti hanno fotografato le proprie ombre proiettando la propria immagine fuori da se stessi in una ricerca del proprio “doppio”: Quando guardarsi in faccia non basta più a restituire una immagine nella quale ci si può riconoscere.

Ancora Cartier-Bresson:


Ansel Adams:


Andre Kertesz:


e, dulcis in fundo... Matteo Oriani:




Matteo Oriani è un fotografo. 
Colto ed acuto osservatore delle immagini e delle menti che le producono. 
Insieme a Raffaele Origone forma il duo professionale Oriani-Origone. 
Nelle loro foto danno vita ad oggetti altrimenti inanimati.

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Toni Thorimbert: 1.1.57-1.1.11



Il primo di Gennaio di ogni anno è il mio compleanno.
Quest'anno è stato il mio numero 54, e come sottolinea perfidamente mia madre "sei entrato nei 55"
Forse sedotto da "1-1-11, e dal senso di rinascita o di "inizio" che una data del genere comporta mi è sembrato il caso di celebrare la faccenda con un autoritratto.
Ho fatto qualche prova (Iphone, G10, persino con il Photoboot di Mac.) e alla fine ho scelto-inequivocabilmente-questa.
Una foto che mi lascia però totalmente stranito.
Avrei voluto che fosse tutta diversa.
Me la immaginavo molto semplice, chiara. E io con sguardo sereno e appagato che, attraverso l'obbiettivo, guardo "oltre", verso un luminoso orizzonte.
Invece non si vedono gli occhi, e sono lì imbacuccato, nella penombra, serissimo.
Mah!

Toni Thorimbert photographed by Toni Thorimbert. 1.1.11


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