Berlin!

Sono stato a Berlino un paio di giorni, a trovare mia figlia Diana, il suo fidanzato Matthias, e la cagnetta Eggy.
Peccato perchè sembrava Dicembre: Freddo vero, pioggia a dirotto. Motivo per il quale non sono stato molto prolifico con le foto.

Questo qui sotto invece è il grande Blu. Lui è davvero un artista-brand ormai.
E' potente. Lo riconosci subito. Ma sopratutto è ovunque nel mondo. Di tipi con l'orologio d'oro a mò di manette ce ne sono - per esempio - di molto simili al centro sociale di Scandicci. E' come quando in una città straniera vedi un negozio di Luis Vuitton - sai per certo che sei arrivato in centro - quando vedi Blu sei - o in periferia, o nella zona cosidetta "giusta"-. Insomma ti fa sentire a casa.



Oh, invece qui sotto - non avendo scattato un bel niente questa volta - ho tirato fuori qualche pagina scelta da tre servizi fotografati a Berlino qualche anno fa:

Mondo Uomo: 1990 (Scattato a due, tre mesi dalla caduta del muro, Novembre 1989)
Ritratti di artisti, architetti e creativi berlinesi.
In uno di questi scatti si vede che siamo su un tetto. Dava su una zona di loft industriali. Lontano, dietro un finestrone si stagliava una sagoma. Era Wim Wenders, inconfondibile. Sarebbe stata una super foto, ma purtroppo mi scappò.
Molto, molto Berlino però!

Comunque, a questi artisti, oltre a mettergli su una giacca delle nostre, avevamo chiesto cosa pensavano del muro. Mi ricordo che mi ero molto arrabbiato con Flavio Lucchini, allora direttore del giornale, perchè aveva messo le risposte sulle foto come se fossero fumetti.
Col senno di poi mi pare che ci stanno bene invece, che aggiungono sicuramente qualcosa alle foto.







Qui sotto, ancora 1990, Myster. Mensile maschile della Condè Nast, diretto da Paolo Pietroni.
Sempre ritratti, ma questa volta i modelli li avevamo trovati attraverso annunci messi su giornali e fanzines locali.
Molte ragazze dall'Est. facce fortissime, significative.
Paola Artioli era la Fashion editor. Volevamo ricreare qualcosa di teatrale, cinematografico. Volevamo che i nostri modelli fossero come gli attori di un grande affresco Berlinese. Noleggiammo un loft come studio.

A me Berlino Est piaceva molto. Non ci avrei vissuto, credo, ma esteticamente era bellissimo: Niente manifesti pubblicitari, niente bar con ombrelloni Coca Cola.
I negozi erano basici: In un'alimentari vendevano un panetto di burro con scritto: "burro", un cartone del latte, un pacco di biscotti.
Non c'erano diverse marche. Solo le cose. Era riposante.











1996, GQ Germany.
Il muro era caduto da un pò e Berlino stava diventando "cool". Fervevano le opere per farla diventare capitale. Grattacieli e tutto quanto.
I tedeschi però non erano tutti contenti.
Quelli dell'Ovest pagavano tasse salate per l'unificazione.
Qui scattavo alla New National Gallery di Mies Van Der Rohe.
Dopo questo servizio - Driiin - mi chiamò Wallpaper.
Gli era piaciuta quella delle scale, dall'alto. "Ci piace il tuo punto di vista" mi dissero, e incominciai a lavorare - e viaggiare - per loro.







Qui sotto torniamo invece ai giorni nostri.
A Berlino non potevo mancare la Fondazione Helmut Newton, chiamata anche "Museo della Fotografia".
Rubate malamente e poche le mie foto, perchè dentro è vietatissimo farle e ti corrono proprio dietro.
Mi ha fatto pensare ad Assisi, ci siamo stati qualche tempo fa: -"Può entrare il cane in chiesa?"- "No, assolutamente", ma non era San Francesco quello degli animali? vabbè, comunque si capisce, se tutti fotografassero qui sarebbe un casino.
Perchè mi dilungo? Perchè la Fondazione Newton è un posto particolare, non facile da raccontare. Ci provo: Il posto è bello. "molto Newton" sia fuori che dentro. Specialmente dentro: Grande scalone, tappeti rossi e in cima i "Big Nudes". Wow, sembra il paese di bengodi. Vai su e c'è la mostra principale. 300 Polaroids di Helmut Newton scansite e ingrandite. Cammini lungo i muri recitando un mantra: Era un genio, era un genio, era un genio.



Saletta di proiezione. Film documentario, mai visto prima, molto interessante. Simpatico Newton, e June sempre qualche metro indietro ma moooolto presente.



E così, sei dentro già da un paio d'ore e sei bello pieno, ma il bello deve ancora venire. Altra saletta: Un portfolio di stampe vintage numerate e firmate. Le sue foto più belle, più famose. Viraggi al selenio. Raccoglimento, silenzio. Poi, cosa c'è su? Terzo piano: Un'enorme retrospettiva di una fotografa-reporter degli anni settanta, che Dio mi perdoni ma non ricordo assolutamente come si chiama. Bel lavoro, ma - il trucco - sarebbe andarci direttamente, senza passare da Newton, altrimenti è impossibile apprezzarla come meriterebbe. Ma non è finita, anzi. Torniamo al piano terra: "Helmut Newton Private Property", bene, andiamo a vedere: Una sagoma di Helmut ti accoglie. Altezza naturale, anzi un pochino più alto. l'effetto è forte perchè ti guarda entrare mentre lui svetta sorridente tra i visitatori ( mi spiace, niente foto). Molto forte, la ricostruzione, vera, del suo studio, con i suoi mobili, le sue macchine fotografiche, la sua famosa cintura con la scritta Newton, una bacheca con una ciocca di capelli, diverse paia di occhiali, i suoi libri di fotografia, un'altra enorme bacheca di vetro con dei manichini con i suoi vestiti e sullo sfondo, gigantografie che ritraggono Newton vestito proprio con quei vestiti lì, un'automobile assurda, (mi spiace, no foto) fatta costruire apposta per lui da Italdesign, e poi, i fax ricevuti da June il giorno della sua morte e mandati da VIP stellari, stilisti, direttori di giornali, i posters firmati di tutte le sue mostre e decine di monitors dove scorrono altri filmati e backstages e ritagli di giornale da tutto il mondo...Aiuto!



Ripassiamo davanti alle donne nude, che ormai odiamo, ma il bar è momentaneamente chiuso - ormai sono disidratato - Ci sono però i souvenirs: specchietti da borsetta con foto di Newton, fermacravatte, occhiali, orologi, il tutto in vendita al bookstore. Vediamo questo bookstore: Piccolo, caldissimo, pieno di gente, ma anche pieno raso di libri bellissimi e mai visti, di fotografi mai sentiti prima ma bravissimi e poi di tutto: Riviste, fanzines libri rari, libretti e libroni. Febbrile ricerca di tutto. Incredibile, uno dei meglio bookstore che abbia mai visto, ma ormai sono allo stremo. E' davvero tutto bello, troppo bello, forse un pò troppo.

Finalmente siamo fuori. Aria. Taxi! Bacio mia figlia e vado all'aereoporto.

Aspetto l'imbarco con un thè. Meno male c'è il mio amico Keith, è un pò che stiamo assieme,- lui ha un sacco di cose da dire - Una vera scoperta. Mio fratello, più grande di me, dettava la linea politico-musicale della famiglia Thorimbert negli anni settanta ed era un fan dei Beatles, quindi, niente Rolling Stones. Ma ora comincio a capire cosa mi sono perso. Insomma che siate ex drogati o ancora tossici, chitarristi o no - fotografi va benissimo - consiglio vivamente di passare l'estate con Keith. Lui è veramente pazzo, ma geniale.



To know more:
Fondazione Helmut Newton
Berlino


Keith Richards
Life
Feltrinelli editore


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Slinkachu

Chissà perchè, tra tutti i libri – senz’altro più “pesanti” - che potevo comprare alla libreria della Fondazione Newton me ne sono uscito con questo libretto così piccolo e leggero , ma che, a ben guardare, proprio leggero leggero non è...
Slinkachu, questo è il nome dell'autore, incolla per terra dei personaggini - tipo quelli dei trenini - non so se sono proprio quelli e se lo sono li modifica - per creare delle mini-scene, spesso inquietanti, che poi fotografa.
Sono sempre stato affascinato dalle proporzioni sfasate, Helmut Newton ci ha lavorato molto - mi ricordo la foto di un uomo, in tuta nera da sub, grandissimo, fotografato con una modella molto molto piccola etc - e ricordo che al tempo in cui, adolescente, disegnavo fumetti avevo impaginato una storia del genere: Gente piccolissima che viveva una vita durissima in un universo dimensionale parallelo che noi, "normali" , neppure vedevamo.
Una metafora molto interessante che sicuramente si può applicare a molte situazioni...Fors’anche una metafora della mia condizione psicologica all’uscita dalla Fondazione. Dopo 300 foto di Newton ed un intero film su di lui, può essere che ci si senta un pò...piccoli...





Molto divertente l'introduzione di Slinkachu. La traduco:

Poliziotto: Mi scusi, signore, cosa sta facendo?
Slinkachu: Oh..er..sto incollando questi piccoli personaggi di plastica.
Poliziotto: Eh?
Slinkachu: Eh..si..è una cosa artistica...diciamo che...faccio foto di questi piccoli personaggi. E poi li lascio qui.
Piliziotto: Oh, ah...carino, Mi scusi sa, ma pensavo che stava sniffando colla, abbiamo un sacco di questi problemi qui intorno.
Slinkachu: Eh be, si..
Poliziotto: bhe questo è veramente carino, ah...una macchinina, bellina, a mio figlio piacerebbe molto.
Slinkachu:Si, bhe..è una piccola prostituta. E il cliente, nella macchina.
Poliziotto: ...oh...oh, vabbè, vada pure avanti.
Slinkachu: Er..ok, grazie...

















Tutto il libro è fatto così: la pagina di sinistra contiene la foto grande, dove si vede il contesto in cui sono piazzati i personaggi



mentre nella pagina a destra c'è la foto scattata da più vicino.





"Little people in the city"
The street art of Slinkachu
Foreword by Will Self
Edited by Boxtree


To know more:
http://www.flickr.com/photos/40878105@N00/

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Le Dictateur

Donald Thompson, nel suo brillante saggio “Lo squalo da 12 milioni di dollari” piazza Maurizio Cattelan al 21° posto nella lista dei 25 artisti contemporanei più importanti.
Ma il 21° posto non deve trarre in inganno: prima di lui ci sono, tanto per dire, Jasper Johns ( al primo posto) Andy Warhol, Josef Beuys al settimo, Bacon e Freud, Jeff Koons al tredicesimo , Murakami, Tapies.
Dopo Cattelan, Gursky (unico, diciamo...fotografo) e al venticinquesimo Basquiat.
Come c’è arrivato Thompson? facendo una media tra liste redatte per lui da critici, galleristi ed esperti, tenendo conto dei record d’asta, ma anche basandosi sulla citatissima affermazione di Walter Sickert che sosteneva, già nel 1910, che l’importanza da attribuire agli artisti si trova nella risposta alla domanda: “Hanno realizzato cose tali che sarà impossibile d’ora in poi, per quelli che li seguiranno comportarsi come se essi non fossero esistiti?”
Pausa.
Esterno sera. Milano. Via Nino Bixio. Le Dictateur. Solid Sweat. Inaugurazione, performance, fotografia, arte.
Cioè, Cattelan, Ferrari, Pepe, Presicce, Vascellari.
Nomi che hanno un certo peso.
Spero nessuno se ne abbia a male, ma il primo pesa come un macigno.
Il “crowd” somiglia molto agli artisti.
Un frigo bar con delle birre. Open bar. Lo apri e le prendi.
Incontro Pier Paolo Ferrari. Non ci conosciamo, ma ci conosciamo.
Mi illustra la sua opera. Siamo in una piccola stanza nera: dall’alto si proiettano le immagini di un inquietante personaggio avvilluppato in un sudario e sdraiato su una lastra di marmo tanto da sembrare un bassorilievo. Mentre mi spiega, ogni tanto Pier Paolo scappa dietro la tenda per far partire una macchina del fumo Rosco. Parliamo di cose da fotografi. Scattate in pellicola. Comunque sono belle. Anche belle le sigarette di Pepe. Pepe è “Le dictateur”, il motore di questo spazio-evento e della rivista omonima che viene pubblicata in tiratura limitata.
In uno statement- manifesto trovato su Internet parla del progetto:
...“Le Dictateur è la massima espressione del dominio della volontà personale”...
...“La libertà di scelta e di movimento è fondamentale. Per certe cose la democrazia non serve, anzi depotenzia in misura proporzionale alle persone che decidono”
In questo senso per mantenere alta la vitalità della propria creazione, bisogna che sia il più personale e soggettiva possibile. Che non sia stata sottoposta al vaglio di consigli, suggerimenti, votazioni, amputazioni.
Le dictateur è una figura che esercita il potere anche per una sorta di filantropismo: le persone vogliono ribellarsi al principio di autorità ma poi, se qualcuno si fa carico delle decisioni, sono più contente e tranquille.

Non so bene cosa pensare, comunque la grafica del catalogo è sua ed è bellissima, non mi viene voglia di ribellarmi neanche a me.

L’arte contemporanea ha il pregio di mettere in questione ciò che diamo per scontato.
E così me ne torno a casa , come è giusto, un pò dubbioso.
Ma i miei dubbi, o le mie riflessioni, sono legate a ciò che ho visto? O a quello che non ho visto?

Nella fruizione dell’arte chi è il vero dittatore?
Lo spettatore, come sosteneva Bonami in occasione della sua Biennale, o il mercato? L'autonominato, e credo, autoironico "dittatore" Federico Pepe o il celebrato "brand" Cattelan?
In che modo possiamo “partecipare” l’arte, in un mondo che pare dominato dal vento della dittatura?

Secondo Thompson - ma non è detto che sia vero- c’è un’arte decisiva oggi: Pena l'oblio, saper fare tutte le mosse necessarie per diventare un "artista-brand".


Solida Sweat, la copertina del catalogo con la grafica di Federico Pepe.


Le Dictateur


Dietro le quinte della performance di Luigi Presicce.










A destra, Luigi Presicce


The crowd
Qui sotto due immagini dal lavoro di Federico Pepe.






Pagina di Vascellari dal catalogo.




Qui sopra: L'opera di Cattelan e Ferrari esposta come una carta da parati in galleria.


Qui sopra: L'opera vista in catalogo.
Qui sotto: Pier Paolo Ferrari sul catalogo.


Qui sotto: Uno scatto fatto mentre l'opera di Ferrari va in dissolvenza.




Qui sopra: Pier Paolo Ferrari fotografato da Toni Thorimbert.

To know more: http://ledictateur.it/

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Francesca, for Riders magazine.









Ci sono servizi che hanno una lunga gestazione. Questo è stato uno di quelli.
Con Stefania Molteni, photo editor di Riders, avevamo idee abbastanza diverse su come doveva essere la "donna Riders". Cioè, lei lo aveva abbastanza chiaro, io ci ho messo un pò a capirlo, poi ci sono arrivato.
Quando l'ho capito non ho mai avuto dubbi sulla modella: Ci voleva la Francesca.
La storia, scattata nei dintorni di Mantova si chiama "La femme naturale".

Qui sotto un backstage - un pò sui generis - scattato un pò da tutti noi con vari mezzi.





















"La femme naturale"
Riders magazine
July issue.

Photographed by Toni Thorimbert.

Photo editor: Stefania Molteni.
Model: Francesca Cortevesio.
http://www.francescacortevesio.eu

Backstage photography by Claudio Rizzolo, Stefania Molteni and Toni Thorimbert.
Thanks to Roberto Rossi, Mantova

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Claudio Rizzolo



E' dell'Ariete. Prima fa, poi pensa.
Ora è un pò cambiato.
Claudio Rizzolo è stato il mio assistente per un anno e mezzo.
Ora è tornato da dove era venuto. Barcellona.
Mi mancherà.
E' arrivato pettinato in un modo assurdo. vestito in modo assurdo, gobbo.
Pensava cose assurde.
Nella sua vita ha anche fatto tante cose assurde.
Tra quelle che si possono dire: Il body builder. Il camionista. Guidava i TIR, mica i furgoni. Guidava anche la moto, ginocchio a terra, ma per strada, mica in pista.
Ancora oggi non può avere una carta di credito, lascerei proprio perdere il perchè.
Come certi cavalli di razza capitati per anni nella stalle sbagliate aveva perso il senso delle andature: scalpitava, poi trottava. Si fermava di colpo e poi, BUM !, un galoppo alla cazzo.
Ti faceva venire il mal di testa solo a guardarlo.
A Milano divideva casa con dei cinesi, in viale Zara.
Però tanta voglia di imparare. Credo che la fotografia è stata una specie di riscatto.
Ci ha messo un pò. Faceva già il giro veloce. Doveva limare quei due tre secondi. Sono quelli più difficili.
L’ho fatto girare alla corda. L’abbiamo strigliato, pettinato, abbiamo corretto la posizione delle spalle, ogni giorno abbiamo fatto un pò di lavoro. Non grandi cambiamenti, solo la cosa giusta, ogni giorno.
All’inizio scalciava, poi ha incominciato a girare per bene, ha disteso il corpo, è diventato armonico.
Ha raddrizzato le spalle, ha iniziato a guardare le persone negli occhi.
Sapeva già fare tutto, aveva solo perso qualcosa di se, lungo il cammino.
Io credo che lo ha ritrovato: In effetti, è ancora pettinato in modo un pò assurdo, però adesso gli stanno bene così.
E' Claudio Rizzolo, quello vero.
Uno dei migliori assistenti che abbia mai avuto.
Una delle migliori persone che abbia mai incontrato.

Top: Claudio Rizzolo photographed by Toni Thorimbert in Scotland, 2011.

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In memory of Danilo Frontini

Stava lì col Porsche, figo.
Inizio degli anni ottanta.
Me lo ricordo benissimo. Stava lì con altra gente vestita da Dio all’incrocio della Mondadori, a Segrate.
Fotografo di moda, sole crescente.
Passo e mi fermo allo stop. Col Garelli tre marce. Secondo voi mi era simpatico?
E invece Danilo era un grande. Tipo regolare. Non se la menava. Dopo ci siamo conosciuti. Per un periodo stavamo nella stessa agenzia. La Lupo, era della sua compagna di allora, Laudomia.
Con me faceva un pò il fratellone grande, però andavamo d’accordo.
Negli anni l’ho perso e rivisto più volte.
Nei grandi studi, naturalmente, ma anche in posti un pò assurdi: la mensa di Cinecittà, o a Ouarzazate, alle porte del deserto, in Marocco.
Ecco, la polaroid che pubblico è fatta lì. Se non ci siete mai stati, Ouarzazate è bellissimo. Non c’è (quasi) nulla, e arrivarci...è lunga.
C’è un albergo e poi il deserto. Deserto di sola sabbia, dune, e ogni tanto degli altissimi, massicci portali di ferro infilati lì, surreali: Non possono chiudere, o cingere nulla, perchè sono soli in mezzo al nulla.
Ecco, se il paradiso dei fotografi esiste, me lo immagino un pò così, un grande spazio infinito, vuoto, con una luce bellissima.
Ciao Danilo, ci rivediamo lì magari.
Tu avrai una Porsche incastonata d’oro e brillanti, e parleremo di corse di moto e di bambini perchè so che ti piacevano molto, e magari io ti farò provare il mio Garelli “celeste” che va a duemila.
E ci faremo un’altra foto come questa.



With Danilo in Ouarzazate. 1989. Photographer unknown.

Per saperne di più:


http://archiviostorico.corriere.it/2011/giugno/28/fotografo_moda_incantato_dai_bimbi_co_7_110628042.shtml