The september issues


Marc Marquez


Lui è vincente. Lo sai subito, appena entra.
"Che faccia fai quando sei incazzato?", chiedo io, "Incazzato?, non saprei...io non sono mai incazzato" e ride.









Here below the backstage:











Riders magazine
September issue

Marc Marquez
Photographed by Toni Thorimbert


Written by Moreno Pisto
Fashion editor Filippo La Bruna
Photo editor Stefania Molteni

Backstage photography by Giorgio Serinelli and Teresa Giannico.

Cal Crutchlow

Pedala come un pazzo, ha gli occhi da pazzo, ma non è pazzo per niente. E' inglese.







Here below a backstage image snatched by Stefania Molteni



Riders magazine
September issue

Cal Crutchlow
Photographed by Toni Thorimbert


Written by Nereo Balanzin
Photo Editor Stefania Molteni

Madalina Ghenea

Bellissima. Scivola silenziosa alle tue spalle. Sa probabilmente tutto.





Here below the backstage photographed by Francesca Stella









Io Donna magazine

Madalina Ghenea photographed by Toni Thorimbert

Styled by Mauro Biasiotto
Hair and Make up artist Emiliano Restuccia
Thanks to Luisa Berio @ Radisson Blu Hotel, Rome

Modus vivendi, The Cividini campaign. F_W 2013_14









Here below two backstage picures by Giorgio Serinelli.


The 600mm


The client


Cividini F_W 2013_14
Photographed by Toni Thorimbert


Model Elana Mityukova
Hair and make up artist Mauro Zorba

Desmo. The F_W campaign 2013_14



Here below some backstage images by Giorgio Serinelli









Desmo
Photographed by Toni Thorimbert


Adv agency Attila&Co.
Art director Alexandra Hemon


Model Valerienne Le Moi
Hair Luca Lazzaro
Make up Roman Gasser
Styled by Lorenzo Posocco.

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The interview: Luca Rubbi, photographer.



T.T: Ciao Luca, lo sai che mi sembri un po’ lo Shrek della fotografia italiana? Con la canottiera, la barba incolta. Sempre seduto a tavola, il contrario del tipo “hipster” che oggi va per la maggiore…

L.R: Ciao Toni, questa cosa di Shrek mi diverte molto, ti ringrazio, credo che la citerò spesso.
Un'affermazione che fa un po' il paio con la convinzione di un mio caro amico, che anni fa mi definì il Charles Bukowski della fotografia. La canottiera è il mio abbigliamento tipico domestico, la verità è che ho una casa piuttosto calda, e va già bene che non poso nudo come mi trovo adesso, viste le temperature tropicali di questi giorni, ma non si sa mai...certo con il rammarico che non potrei metterle su Facebook.
Poi sono un uomo passionale, come potrei non amare la cucina?





T.T: Ci racconti come hai iniziato e come si sono evolute negli anni le tue scelte tecniche e la scelta dei tuoi soggetti? Hai sempre fotografato donne nude?

L.R: Ho iniziato a fotografare nel 1982, ho sempre avuto un'educazione di tipo visuale, ho fatto il liceo artistico, mi sono diplomato contemporaneamente grafico pubblicitario e poi mi sono laureato in architettura, a undici anni già dipingevo.
Mio padre fece un "errore": regalarmi a natale una reflex, sapeva benissimo che mi avrebbe appassionato, e così è stato.
Solo poi, più avanti negli anni è diventata un'ossessione.
Le donne nude sono venute un po' dopo, le primissime sono del 1993. Mio padre ha sempre dipinto, per me era normale da bambino vedere appese ai muri foto e quadri di nudi femminili, a tredici anni realizzavo io stesso quadri di nudo, non potevo non arrivarci anche con la fotografia, era destino.
Per la verità fotografo di tutto, l'interesse maggiore è per la figura umana, ma non devo lamentarmi, io stesso ho alimentato questa figura di "specialista" del nudo sul web, come pure quella di bianconerista integralista; per la verità non ho mai smesso di scattare a colori. Diciamo però che, fin dagli esordi, la mia preferenza è stata indubbiamente per il bianconero, ed ancora oggi dopo tanti anni continuo a considerarlo la fotografia con la F maiuscola. Visto il tipo di fotografia "compulsiva" che pratico, ho sempre utilizzato il piccolo formato, quasi sempre in luce ambiente. La mia preferenza va soprattutto alle focali normali come il trentacinque ed il cinquanta, poi a tutti i grandangoli anche molto corti; sono un intimista e mi piace esprimere un point of view personale e ravvicinato; non sopporto, soprattutto nel nudo, l'utilizzo di focali troppo lunghe che creano una prospettiva dannatamente scorciata, in particolare nelle persone sdraiate, e che generano un effetto prospettico dovuto alla compressione che definirei da guardone.



T.T: Hai voglia di raccontarci quali sono stati i tuoi maestri, gli autori che ti hanno ispirato, e perché?

L.R: Sono parecchi e qui parlerò dei più rilevanti, gli altri sono dietro di un'incollatura, ma qualcuno te lo cito: Smith, Arbus, Mulas, Penn, Klein, Michals, Newton. Guardando strettamente al nudo in senso formale l'influenza di Lee Friedlander è stata determinante; vidi i suoi nudi attorno alla metà degli anni ottanta e ne rimasi fulminato: scatti fuori da qualsiasi convenzione, brutali e crudi. Mi colpirono così tanto che, come sostengo sempre - ed è la verità - li ho rimossi per anni, ma indubbiamente me li sono portati dentro e non potevano non venire fuori in qualche modo. Poi Robert Mapplethorpe, non ci accomuna quasi niente, ma mi ha influenzato a livello intellettuale, è l'autore di cui ho più libri. Sicuramente Richard Avedon, per certi aspetti il mio fotografo perfetto, una specie di quintessenza della coscienza dell'essere fotografi; sul talento non è nemmeno il caso di spendere parole, la sua "Autobiografia" è una Bibbia della fotografia. Infine il più grande di tutti e di sicuro il più tragico, Robert Frank, per quanto già lo conoscessi, nel 1989 lessi la recensione della nuova edizione di "The lines of my hand" su Photo Italia, e tra le altre, c'era pubblicata una fotografia, un trittico per essere precisi, intitolato "Blind Love Faith", una semplice maschera di gomma appesa ad un palo. Da quel giorno la mia vita è cambiata, lì ho capito.



T.T: Guardando il tuo lavoro mi sembra che preferisci fare molte foto a poche donne invece che poche foto a tante donne diverse. Cosa deve avere una donna per incuriosirti, per farti scattare la voglia di fotografarla?


L.R: Senza dubbio, non amo fare "carniere", spesso nei successivi incontri è facile che ottenga scatti più significativi, non è certo una regola ma ha una sua costanza. Mi rendo conto di essere po' in controtendenza, vedo frotte di fotografi che devono per forza scattare con tutte le creature (femminili) respiranti che abbiano nella testa l'idea di essere modelle, scherzo ma nemmeno tanto. E' una questione di energia, talvolta di fascino, però non sono così selettivo, già il fatto che una donna voglia posare nuda, per certi aspetti me la rende interessante, sono un fatalista, accetto di mettermi in gioco, qualcosa ne verrà fuori, di fotografico sia ben chiaro.





T.T: Ad una mia amica, che ama farsi fotografare anche nuda, ho detto: “Rubbi è bravo, non vorresti farti fotografare da lui?” “ma assolutamente no!” ha risposto lei, inorridita. Che ne dici? Se lei ti piacesse, come la convinceresti a posare per te?


L.R: Io sono fondamentalmente un ritrattista, considero il nudo il ritratto perfetto perché c'è il dis-velamento, suggerirei alla tua amica che potrebbe vedersi in un altro modo, perché cercherei di mettere a nudo la sua energia più intima. Forse ha paura di questo, capisco che i miei scatti abbiano un registro abbastanza forte, intendo a livello espressivo, io detesto il nudo formalista o quello astratto, è proprio una cosa che non capisco: hai una donna nuda davanti e fai ricerca geometrica? Se invece la tua amica è rimasta turbata per le foto più strong nel senso di esplicite sessualmente, può tranquillizzarsi, io non impongo mai posture, atteggiamenti, non ho pose nella testa, tutto nasce dallo scambio energetico, se una donna se la sente di mettersi in situazioni forti, io ci sono, accetto sempre quello che mi viene concesso. Mi è accaduto comunque che modelle che di norma posavano per nudi molto soft con me si siano lasciate andare a pose molto esplicite, si vede che do sicurezza...







T.T: “tormento”, “magnifico culo”.
Oppure: “capezzoli e sguardo”,” Mostrami la topa” fino a: “ANALogico” e, naturalmente ecco la foto di un culo con le chiappe ben aperte. Le didascalie delle tue foto sono piuttosto esplicite, e anche quando scatti non sembri avere grossi freni inibitori. Consideri le tue foto erotiche o pornografiche? C’è una linea di demarcazione che non hai mai valicato? E se c’è, perché?


L.R: I titoli sono un divertissement... In parte ho già risposto alla domanda precedente, io faccio foto di nudo, sono le ragazze ad essere erotiche e sensuali nel modo e nella misura in cui vogliono e gradiscono esserlo, in genere c'è sempre un certo grado di tensione sessuale, ma si limita a quello. Non amo molto l'erotismo patinato, ho trovato nel termine "pornografia malinconica" la chiave di lettura di molte mie foto, ma ho certamente dei limiti, ad esempio non sono per niente interessato a fotografare un rapporto sessuale, la mia fotografia è sostanzialmente concentrata su quella che definisco l'energia empatica, raggiunta quella ho ottenuto il mio scopo.





T.T: Del tuo lavoro mi conquista l’onestà intellettuale. Le tue foto non vogliono essere “giuste” o alla moda. Sono libere, frutto di quello che sembra una sana passione per le donne e per la fotografia. Non vedo calcolo. Riesci inoltre dove molti falliscono, cioè a fotografare le cose esattamente come stanno. Io amo molto gli ambienti in cui fotografi, la loro assoluta quotidianità, il loro caos, che non sembra mai voluto o ricercato. Quanto intervieni sulla realtà in fase di scatto e, se lo fai, quanto ritocchi le tue donne?

L.R: Ti ringrazio, si, non c'è calcolo, direi che non c'è inganno, puoi odiarmi o amarmi ma sicuramente non sono artefatto, la mia fotografia è l'espressione di quello che sono. Certamente il peso del "territorio" delle persone ritrattate è vitale per me, ho anche fotografato, per esigenza, negli alberghi, ma non è la stessa cosa; gli scatti hanno una tendenza al minimalismo che le rende non dico più impersonali ma meno caratterizzate. Per il tipo di fotografia che faccio io, non intervengo per niente, infatti subisco le critiche dei burocrati, ovvero i ragionieri dell'accademismo fotografico, quelli che pensano che controllando tutto si facciano foto migliori; in realtà, come dico sempre, non si controlla niente, è il destino che ci viene incontro. In passato, sono stato contestato addirittura perché non avevo cancellato le prese di corrente, piuttosto che stracci per terra o i rotoli di carta igienica. La verità è che c'erano, e a me andava bene, non mi interessa vedere ambienti asettici, mi interessa la vita reale. Figuriamoci se poi ritocco le donne; e poi che senso avrebbe, scatto prevalentemente in pellicola, dovrei ritoccare pure le stampe, ma al di là di questo per me è una questione di mentalità, la fotografia è il qui e ora. Lo scatto originale è come lo spartito musicale, lo si può, anzi lo si deve interpretare, ma non stravolgere.





T.T: Da quando hai iniziato a dedicarti alla fotografia, seppure come non-professionista, pensi di aver speso di più o di meno di 200.000,00 euro tra materiale sensibile, sviluppi, stampe, provini, macchine fotografiche, libri di fotografia e in generale per tutto quello che concerne i mezzi per la creazione di un’ immagine?


L.R: Fotografo da più di trent' anni, però non credo di aver speso così tanto, ad occhio potrei essere su 100.000/120.000 euro, è abbastanza difficile fare una valutazione così spalmata nel tempo, soprattutto con spese piccole ma frequenti che difficilmente si riescono a calcolare, e di sicuro è piuttosto facile sbagliare per difetto.







T.T: Hai un blog piuttosto attivo e ti vedo altrettanto presente su facebook. Le tue foto sono molto conosciute e apprezzate in rete, strumento che ti ha dato il modo di raggiungere una vasta audience.
C’è qualche altro genere di “output” al quale stai pensando? E alla fine di tutto questo, qual è veramente il tuo scopo?


L.R: Si, è vero, però mi hai messo come finale la domanda più difficile... Senza dubbio mi piacerebbe realizzare dei libri, non lo so, sarà perché sono un po' vecchio ma i libri possiedono un calore che purtroppo nessun pagina web supervisitata e "superpiacciata", passami il termine, potrà mai avere. Non so esattamente quale sia il mio scopo o il mio fine, certamente sono un autore, e ho imparato negli anni a dare sfogo alla mia ossessione per la fotografia che non mi da tregua, lo so, sono un sentimentale, non l'ho mai nascosto.



Ti lascio con questo mio pensiero: Se c'è energia la forma verrà da sé, e credo tutto il resto.

To know more about Luca Rubbi:

http://lucarubbi.blogspot.it/
http://lucarubbi.tumblr.com/
http://lucarubbi.carbonmade.com/

All pictures copyright by Luca Rubbi.

Il blog va in vacanza. Ci ri-vediamo a Settembre!

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"Success is to accept ourselves": The interview by Bianca Bemori for "Foto-notiziario" magazine


A cominciare dalle coraggiose copertine di sola grafica e di un solo colore ( in questo numero, guarda caso - il nero ) il buon vecchio "Foto-notiziario" è cambiato parecchio.
Io lo ricevo da sempre, a dir la verità non so nemmeno bene perchè. Ok, forse perchè faccio il fotografo, ma - voglio dire - non l'ho mai pagato, e non ricordo di averlo mai richiesto.
Anche perchè, francamente, è sempre stato piuttosto bruttino e noioso, con atroci pubblicità di Mini-lab per fotonegozianti, prove di macchinette fotografiche e - nella mia percezione - zero fotografie.
Insomma il tragitto tra casella delle lettere e cestino dei rifiuti era diretto, senza tappa intermedia sul mio tavolo.
Adesso invece, anche grazie alla sinergia con l'AFIP di Giovanni Gastel, è diventato un giornale con ambizioni ben diverse.
Questo numero di giugno-luglio è quasi tutto dedicato alla foto sportiva: vela, calcio, nuoto, sci, e la bella chicca di una doppia pagina dedicata a Hugh Holland, mitico fotografo dei primi skaters di Los Angeles negli anni settanta.

Nonostante io non c'entri molto con la fotografia sportiva, in questo numero c'è anche una mia intervista dove, tra l'altro, si parla di quei famosi 200.000,00 euro che - a mio parere - e con lo scoramento di molti, sono l'investimento minimo necessario per costruirsi una carriera fotografica decente.

Si intitola: "Accettare se stessi". Eccola:


Sfida e provoca.
Ma lo nega: “Io un fotografo irrivente?”, sorride sornione. “E perché? Non è vero. Scrivono molte cose…”.
Un primo esempio: ai suoi workshop tuona che per essere dei fotografi che lasciano il segno bisogna “accettare se stessi”.
Semplice e difficilissimo.
Ma questo che c’entra con obiettivi e inquadrature? “C’entra con il diventare un fotografo con un proprio personale punto di vista sulle cose. Si può ottenere soltanto riconoscendo i propri desideri e i propri bisogni profondi e comprenderli. Questo significa accettare se stessi”.
Il mirino sulla stessa linea dell’inconscio, si potrebbe dire, parafrasando Henri Cartier – Bresson.
“Oggi è ancora più importante tenere conto di questo principio, perché con le macchine digitali si può facilmente fare una bella foto, ma non per forza la "propria" foto, quella che racconta come si sente, come si vive, come si subisce e come si assaggia quello che sta intorno a noi”.
Ma neppure questo basta per uscire dal branco.

“Per diventare fotografi fuori dalla mischia bisogna almeno investire 200 mila euro. E’ fondamentale”.
Detto fatto? “Non scherzo. Affermo questo perchè ritengo sia necessario studiare, viaggiare, leggere, fotografare, aggiornare attrezzature e macchine. E tutto questo costa”.
Ecco quindi la mia versione dei fatti: Toni Thorimbert ha idee intelligenti, e per alcuni spiazzanti, e le comunica in modo diretto. Tutto qui.
Niente a che fare con l’irriverenza, ma molto in comune con una propria, decisa, visione del mondo. “Perché ho fatto il fotografo? Volevo raccontare il mondo. E all’inizio ho fatto del reportage, poi sono passato alla fotografia moda che difatto è una metafora del mondo: il mondo come fantasia del mondo”.
Però i servizi li ha catapultati nella stessa realtà che perlustrava poco prima.
Un esempio è la sua “donna sulle macerie”: una modella con uno straordinario abito bianco cammina su tracce di mattoni e cemento, i resti di qualcosa che è crollato. “E’ una foto del 2006, vuol dire: camminiamo elegantemente vestiti per un mondo in inesorabile caduta. E in questo mi riferivo anche all’universo della moda. Oggi in Italia probabilmente non è più possibile fare una foto così. C’e molta crisi e il vestito è diventato centrale in ogni foto. Inoltre ci rivolgiamo anche ai mercati emergenti, che hanno dei riferimenti diversi dai nostri. Quindi dobbiamo essere più semplici e chiari”.


Ma le sue donne però continuano a essere poco comuni. Sono molto vive e piuttosto uniche. A partire dal fatto che non sono mai ferme: stanno per andare via, per arrivare, per fare qualcosa che non si sa. E a volte sembra che danzino: “Davvero? Forse perché io sono sempre in movimento. E sono molto veloce. Quindi lo trasmetto. Mi arriva dal reportage”.
Toni Thorimbert ha iniziato a 17 anni, col catturare gli sguardi di sfida dei ragazzi di Pioltello, la periferia dove è cresciuto, e ha continuato con le tensioni sociali e politiche degli anni ’70, gli anni delle manifestazioni, dei comizi, degli scontri di piazza, per poi dedicarsi al ritratto: “Sono passato dal riprendere tante facce a un sola…”.
Nel suo ricchissimo portfolio molti ritratti colpiscono nel segno: c’è l’anima della persona, come dicono gli islamici. “No, non sono d’accordo con questo modo di dire. Il ritratto è il risultato di una relazione che si crea tra il fotografo e il soggetto nell’istante in cui la foto accade. E’ l’esperienza di un incontro. Direi che un buon ritratto è un po' come una S.r.l: due persone insieme per un progetto, ma ognuna esiste per se stessa. Quello di Alberto Moravia è, a questo proposito uno scatto che immortala “una non relazione”: lui non era molto in vena di farsi fotografare”. Ma secondo me, in quella foto c’è anche lo scrittore schivo degli inizi, quello degli "Indifferenti".
Così come in quella di Vittorio Mezzogiorno che sembra stia per spiccare un volo c’è la natura profonda di un attore che ha saputo volare, appunto, oltre certi confini. Dal teatro classico alla tv all’avventura teatrale del Mahabbarata di Peter Brook, lo spettacolo durato 9 ore su un’opera epica indiana. Mica poco. “E’ vero, qui sembra volare”, abbozza. “Era già molto malato e lo sapeva… Ma si, forse qui c’era tutta l’energia per vincere una battaglia”.

Insomma quell’inquadratura ha catturato la forza dell’ultimo volo. Tutto questo perché: “E’ importante non avere già in testa come sarà il ritratto: alcuni lo vedono come specchio di loro stessi, ma io credo che bisogna fare come quando si fa un reportage: stare a vedere cosa accade, essere un testimone. La macchina fotografica ci aiuta, è ermafrodita: maschile perché penetra le situazioni, femminile perché è in grado di accoglierle”.


E le sue macchine fotografiche sono state, negli anni: Nikon e Olimpus per il formato 135 e il banco ottico Toyo 10x12: “Facevo tutto con quello: ritratti, moda, ma anche reportage, foto in movimento. Per un periodo ho usato molto la Mamiya 6X7 e la Pentax 645, specialmente quando lavoravo per Vogue e L’Uomo Vogue. Da metà degli anni ’90 ho incominciato ad usare la Rollei biottica 6X6. Oggi uso Canon e Hasselblad digitali, la Rollei e la Nikon F3 con la pellicola”.

Astrid Bianca Bemori

English translation:

Starting from the bold cover with monochrome graphics (in this issue, strangely enough - black), the good old "Photo-news" has changed a lot.
I have always received it, to tell the truth I don’t even know why. Ok, maybe because I'm a photographer, but - I mean - I've never paid for it, and I don’t remember having ever required it.
Also because, frankly, it's always been pretty ugly and boring, with terrible ads of mini-labs for photo dealers, tests of cameras and - in my perception - zero pictures.
So, the way from letter box to trash was direct, with no intermediate steps on my desk.
Instead now, thanks to the synergy with Giovanni Gastel’s AFIP, it has become a magazine with quite different ambitions.
This issue of June-July is almost entirely dedicated to sports photos: sailing, soccer, swimming, skiing, plus the beautiful gem of a double page dedicated to Hugh Holland, legendary photographer of the top skaters in Los Angeles in the seventies.

Although I haven’t much to do with sports photography, in this issue there is also an interview with me where, among other things, we talk about those famous 200.000,00 Euros which - in my opinion and to the discouragement of many - are the minimum investment required to build a decent photographic career.

It is entitled: "Accept yourself." Here it is:

He challenges and provokes.
But he denies it: "Me an irreverent photographer?", smiles slyly. "Why? It is not true. They write a lot of things ... ".
A first example: in his workshops he proclaims that to be a photographer who leaves a mark you must "accept yourself."
Simple and tough.
But what has this to do with lenses and framing? "It has something to do with becoming a photographer with his own personal point of view on things. It can only be achieved by recognizing your desires and deepest needs and by understanding them. This means accepting yourself".
The viewfinder on the same line of the unconscious, one might say, to paraphrase Henri Cartier-Bresson.
"Today it is even more important to take this principle into account, because with digital cameras you can easily make a nice picture, but not necessarily "your" photo, the one that tells how you feel, how you live, how you suffer and taste what's around you".
But not even this is enough to emerge from the crowd.
"To become photographers out of the fray you must invest at least 200.000 Euros. It’s key".
Said and done? "I'm not joking. I say this because I think it is necessary to study, travel, read, photograph, update equipment and cameras. And all this has a cost".
Here is my version of the facts: Toni Thorimbert has clever ideas, and for some unsettling, and communicates them directly. That's it.
Nothing to do with irreverence, but a lot in common with one’s own, determined, worldview. "Why I became a photographer? I wanted to narrate the world. And at first I did reportage, then I switched to fashion photography that in fact is a metaphor for the world: the world as imagination of the world".
Hence, he projected his assignments into the same reality he was exploring before.
An example is his "woman on the ruins": a model with a stunning white dress walking on traces of bricks and concrete, the remains of something that has collapsed. "It is a photo from 2006, and it means: let’s walk elegantly dressed through a world in inexorable fall. And through this I was referring also to the universe of fashion. Probably today in Italy it is no longer possible to take a picture like that. The crisis is serious and the dress has become key in every photo. In addition, we are also turning to emerging markets, which have references different from ours. So we have to be more simple and clear. "

His women, however, continue to be uncommon. They are very much alive and quite unique. Starting from the fact that they are never still: they are about to go away, to arrive, to do something that no one knows. And sometimes they even seem to dance: "Really? Maybe because I'm always moving. And I am very fast. So I transmit that. This comes from reportage".
Toni Thorimbert began at the age of 17, by capturing the daring looks of the children from Pioltello, the suburbs where he grew up, and continued with the social and political tensions of the '70s, the years of demonstrations, rallies, public clashes, and then devoted himself to portrait: "I went from capturing many faces to a single one...".
In his rich portfolio many portraits hit the mark: there is the soul of the person, as the Islamists say. "No, I do not agree with this common saying. The portrait is the result of a relationship that is created between the photographer and the subject at the moment when the picture happens. It’s the experience of an encounter. I would say that a good portrait is a bit like a Ltd: two people together for a project, but each one exists for itself. The one with Alberto Moravia, in this regard, is a shot that captures a "non-relationship": he was not in the mood to be photographed". But according to me, in that picture there is also the writer of the earlier times, the one of the "Indifferents".
As in the one of Vittorio Mezzogiorno, who seems to be about to fly away, there is the profound nature of an actor who was able to fly, in fact, beyond certain boundaries. From classical theater to the TV and to the theatrical adventure of Peter Brook's Mahabharata, the show based on an epic Indian play and that lasted 9 hours. Not bad. "It's true, here he seems to fly," hints. "He was already very ill and he knew it ... But yeah, maybe here there was all the energy necessary to win a battle."
So that shot caught the strength of the last flight. All this because: "It's important not to have already in mind how the portrait will come out: some see it as a mirror of themselves, but I think you have to do like when you make a reportage: wait to see what happens, be a witness. The camera helps us, is a hermaphrodite: male because it penetrates the situations, female because it is able to receive them. "

His cameras have been, over the years: Nikon and Olympus for 135 format and the Toyo 10x12 view camera: "I did everything with that: portraits, fashion, but also reportage, photos in motion. For a while I have been using a lot the Mamiya 6x7 and the Pentax 645, especially when I worked for Vogue and L'Uomo Vogue. From the mid-90s I started to use the bi-optical Rollei 6X6. Today I use Canon and Hasselblad for digital, the Rollei and the Nikon F3 for analog".

Astrid Bianca Bemori


Translation by Francesca Stella.

Foto-notiziario magazine
June-July issue.
"Success is to accept ourselves"
Toni Thorimbert interviewed by Bianca Bemori


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I am very sorry, no post this sunday...























I was too busy shooting my sister wedding!

Toni Thorimbert at work photographed by Gia Thorimbert in Hyeres, France.

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Lectio magistralis > Ispirazioni > Triennale Milano > The full video!




Non sottovaluterei questo post, che sembra un po' scarno, ma solo in apparenza.
Anche saltando a piè pari i primi 13 minuti ( ringraziamenti vari, video-nel-video by Cattelan e simpatica presentazione della Pina) avrete comunque bisogno di 91 minuti liberi per arrivare in fondo alla faccenda. Inutile dire che ne vale la pena. Mio modesto parere, naturalmente....

Here we are: the conference - really - starts at the 13th minute... Enjoy!

"Ispirazioni" è stato registrato alla Triennale di Milano il 27 Giugno 2013.

"Ispirazioni" has been recorded at the Triennale, Milano, the 27th July 2013.

Una iniziativa di AFIP-CNA

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